“La festa” di Leonardo Manzan al Teatro India: il rito della “supra” tra memoria e politica
LA FESTA ph Manuela Giusto
“La festa” di Leonardo Manzan, andato in scena al Teatro India, si impone come uno spettacolo necessario e profondamente originale, capace di lasciare dietro di sé una scia persistente di pensieri e interrogativi. Un lavoro che non si esaurisce nella visione scenica, ma che continua a riverberare nello spettatore come esperienza critica ed emotiva.
Al centro della scena prende forma una cerimonia antichissima: la supra, tradizionale festa georgiana, considerata elemento fondante della cultura del Paese. Non si tratta di un semplice banchetto, ma di un vero e proprio rito collettivo regolato da un preciso cerimoniale fatto di cibo, vino, brindisi e discorsi. Figura cardine di questo dispositivo rituale è la tamada, il maestro dei brindisi, che guida e orienta lo svolgimento della serata.
Leonardo Manzan firma la regia e, insieme a Rocco Placidi, la scrittura di un progetto ambizioso di dialogo interculturale. L’opera nasce dalla coproduzione internazionale tra Teatro di Roma, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, TPE – Teatro Piemonte Europa, in collaborazione con la compagnia residente del Georgian New Theater.
Lo spettacolo si configura come un vero e proprio esperimento di confronto tra culture distanti, offrendo al pubblico italiano l’opportunità di immergersi nelle tensioni e nelle speranze che attraversano oggi la Georgia, estremo confine d’Europa, Paese dalla forte identità ma storicamente in dialogo costante con l’Occidente.
La Georgia vive una fase storica complessa, sospesa tra aspirazioni europee, tensioni interne e la persistente pressione geopolitica della Russia. La maggioranza della popolazione sostiene il percorso di integrazione con l’European Union e con la NATO, interpretandolo come garanzia di stabilità, libertà e indipendenza dall’influenza russa. Lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione Europea, ottenuto nel 2023, è stato accolto come un passaggio storico. Tuttavia, parallelamente a questa spinta europeista, il governo guidato dal partito Georgian Dream è stato accusato da opposizione, giornalisti e organizzazioni civili di un progressivo irrigidimento autoritario. Le tensioni sono esplose in particolare attorno alla controversa legge sugli “agenti stranieri”, ritenuta da molti assimilabile a modelli normativi russi volti a limitare media indipendenti e ONG. Le proteste che hanno attraversato le strade di Tbilisi hanno restituito l’immagine di una società profondamente mobilitata, soprattutto nelle sue componenti giovanili, determinata a difendere l’orientamento europeo del Paese e gli spazi democratici conquistati dopo la fine dell’Unione Sovietica.
In questo scenario, la Georgia appare come un Paese diviso tra passato e futuro: da un lato le eredità sovietiche e la pressione del Cremlino, dall’altro una società civile sempre più aperta, internazionale e desiderosa di affermare con forza la propria identità europea.

Leonardo Manzan traduce questa complessità attraverso il rito della supra, trasformato in dispositivo teatrale condiviso con il pubblico, che non si limita ad assistere ai brindisi degli attori, ma ne diventa parte attiva e co-protagonista. Un tappeto di bicchieri di vetro diventa memoria tangibile di ogni festa celebrata, di ogni parola pronunciata, di ogni istante che merita un brindisi.
“Se non si brinda cosa si fa?”: è da questa domanda che si apre la possibilità di trasformare ogni momento in una supra, anche quando il sipario si chiude, anche quando un artista viene incarcerato per aver manifestato, anche quando un pubblico applaude alla prima di uno spettacolo che, in realtà, non si terrà mai.
“La festa” evidenzia, inoltre, come le differenze culturali e comunicative possano essere attraversate e superate attraverso un orizzonte condiviso di senso. I tre interpreti georgiani — Giorgi Baratashvili, Anna Tsereteli e Zurab Papuashvili — si integrano pienamente con il pubblico italiano, coadiuvati da Paola Giannini.
Mentre gli spettatori vengono progressivamente coinvolti nei brindisi, si ripercorrono gli ultimi anni di vita della compagnia teatrale di cui gli interpreti georgiani facevano parte, intrecciando la loro vicenda personale con la storia recente del Paese. Le biografie individuali non risultano mai isolate, ma si sovrappongono alle crisi culturali, alle difficoltà economiche, alla precarietà del lavoro artistico e al clima politico della Georgia contemporanea.
“La festa” diventa così una zona di passaggio tra passato e futuro, un simbolo di incontro che cela, sotto il fragore dei calici, un sentimento più profondo di solitudine e la lotta di un popolo per il riconoscimento della propria libertà.
Nelle note di regia, Manzan riflette sulla sottile linea d’ombra che separa realtà e finzione, individuando nella supra uno spazio simbolico di confine che è al tempo stesso barriera e punto di contatto.

«Negli ultimi tempi ho varcato diverse volte una linea immaginaria tra Italia e Georgia — dichiara l’artista — con l’idea di sfruttare scenicamente il concetto di confine. Spesso dimentichiamo che i confini sono astrazioni, ma sono idee che producono effetti reali su persone in carne e ossa. Il confine che mi è più familiare è quello tra palcoscenico e realtà. Ma lavorando in Georgia ho visto nei corpi degli attori la dolorosa concretezza che un confine può rappresentare. Nel dicembre 2023 lasciavo un Paese in festa per lo status di candidato all’UE; meno di un anno dopo ho ritrovato una nazione divisa. In viale Rustaveli continuava a risuonare l’Inno alla Gioia: un effetto straniante, che mi ha fatto sentire cittadino europeo e, al tempo stesso, mai così lontano dall’Europa. Ero stato accolto o ero rimasto soltanto un turista che può tornare a casa quando vuole?»
Il racconto di Manzan attraversa i mesi turbolenti di Tbilisi, tra manifestazioni di piazza e la realtà di un teatro colpito dalla censura: «Dopo l’ultima replica c’è stata l’ultima supra a cui ho partecipato. La gioia era mescolata alla rabbia e alla tristezza per ciò che i miei compagni rischiavano di perdere — e che poi hanno perso davvero: il teatro oggi è chiuso, un collega è in carcere, il direttore è stato licenziato. Eppure, si brindava. Era una festa — conclude l’artista — Sono partito portando con me il ricordo di quei gaumarjos! (“vittoria!”) pronunciati nonostante la sconfitta, e l’insegnamento georgiano di cercare sempre qualcosa per cui rendere grazie, anche quando tutto sembra andare in frantumi.»
Nel ruolo di una turista, sguardo esterno inizialmente ingenuo, Paola Giannini scopre progressivamente la realtà di un popolo che rivendica la propria identità e, insieme ad essa, il proprio riconoscimento europeo. Ma ciò che emerge riguarda più in generale la condizione contemporanea: un mondo attraversato da speranze, incertezze e conflitti con l’altro. Non solo nel brindisi, ma anche nel canto, la distanza si riduce: il pubblico intona parole sconosciute ma cariche di significato, trasformandosi in comunità temporanea, spazio condiviso di incontro e di desiderio.
E come finisce una supra?
Nessuno lo sa. E, probabilmente non finisce mai davvero: quando si esce dal teatro, ormai vuoto e silenzioso, l’impressione è che la festa non sia terminata, ma soltanto sospesa, celata, pronta a riaccendersi di rumore, di parole, di aspirazioni e di sogni.
E allora si brinda ancora, idealmente, anche oggi: alla pace, al coraggio, a chi fugge dalla propria terra e vorrebbe ritornarvi, a chi attende la propria libertà, all’arte capace di sovvertire il mondo, ai teatri chiusi ma ancora vivi, alla censura che non riesce a chiudere le bocche, alla fiducia, all’attesa di giorni migliori, alle imprecazioni che talvolta servono, alla verità, alle lacrime, alla Georgia.

di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
regia Leonardo Manzan
con Giorgi Baratashvili, Paola Giannini, Zurab Papuashvili, Anna Tsereteli
musiche composte ed eseguite da Irakli Getsadze
scenografia Laura Benzi
disegno luci Javier Delle Monache
costumi David Gevorkov
suono Alessandro Scorta
assistente alla regia e traduzione in georgiano Irina Bagauri
aiuto regia Federico Gariglio
foto di scena Manuela Giusto
Il vino utilizzato durante lo spettacolo è offerto dalla casa vinicola georgiana Mtevino
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, TPE – Teatro Piemonte Europa, Georgian New Theater