“La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin” di Emma Cortesi: un mistero nel cuore di Montmartre

La portinaia del 17

La portinaia del 17

“La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin” di Emma Cortesi, edito da Fazi Editore, è un romanzo giallo che si legge piacevolmente, perfetto per una lettura estiva sotto l’ombrellone.

È il primo libro della giovane autrice – classe 2001 – e, nonostante una certa acerbità che emerge nella scrittura e nella costruzione dell’intreccio, non possiamo che riconoscerle il merito di aver dato vita a un’opera prima interessante, nella quale si intravedono già alcune potenzialità che potrebbero trovare maggiore compiutezza nei romanzi successivi.

Al 17 di rue des Saules, nel cuore di Montmartre, le giornate sono scandite da piccole abitudini e buone maniere, e la vita degli inquilini scorre lenta tra un pain au chocolat e due chiacchiere davanti a un caffè bollente. Non c’è nulla che Berthe, portinaia dai capelli di neve, non sappia di loro.

Così, una mattina, quando per la prima volta in vent’anni Monsieur Gorin non ritira il suo giornale, la donna non ha dubbi: qualcosa non torna.

Decisa a seguire il proprio istinto e la sua inarrestabile curiosità, Berthe, aiutata dall’ex commissario Antoine Lefevre, si introduce nell’appartamento al secondo piano dove vive Gorin. Dopo una macabra scoperta, i due decidono di andare a fondo della questione, avventurandosi in un’indagine privata tra vecchi diari, teatri appartenenti a una Parigi lontana e fotografie misteriose, salendo e scendendo le scale del vecchio Residence, che da sempre custodisce più di un segreto.

La portinaia Berthe è la protagonista perfetta di questo mystery, che riprende le dinamiche classiche dei suoi predecessori più celebri, regalandoci un personaggio che, nei libri successivi, potrebbe sviluppare caratteristiche tali da farci affezionare ancora di più a lei. La complessità degli personaggi, infatti, rimane ancora piuttosto abbozzata, ma le potenzialità ci sono tutte. È probabilmente proprio questo uno degli aspetti sui quali l’autrice potrebbe lavorare maggiormente in futuro, approfondendo le loro storie e rendendoli più sfaccettati, così da creare un maggiore coinvolgimento emotivo nel lettore.

Ciò che io – amante di Parigi e del suo iconico quartiere di Montmartre – ho apprezzato moltissimo è, soprattutto, la possibilità di immaginare, durante la lettura, lo storico palazzo, il quartiere e una portinaia che “controlla” e ama quel luogo, scandito da ritmi ormai consolidati.

Siamo all’inizio dell’autunno del 2009 e il tempo sembra essersi addormentato: placido, lento, quasi sospeso, mentre i giorni continuano a scorrere.

“Parigi ha una sua maniera particolare di inghiottire il tempo. Nei vicoli silenziosi di Montmartre, tra una baguette ancora calda e un caffè servito con noncuranza, le giornate scivolano via come in un film in bianco e nero, lasciando dietro di sé frammenti di vita quotidiana e segreti ben custoditi. Non si tratta di misteri fragorosi o di grandi tragedie, ma di piccoli dettagli appena percettibili, quasi invisibili, che resistono tra le pieghe del giorno.”

Ma un mistero, costellato proprio di piccoli dettagli, accade quel giorno alla Résidence du Vieux Moulin, perché Monsieur Gorin non si appresta a ritirare il suo giornale. Ogni mattina, da vent’anni, l’uomo alle 7 in punto ritira il suo “Le Parisien”. Ma alle 7.08 Berthe nota che il giornale è ancora lì, nella cassetta della posta. Un dettaglio ininfluente per chiunque, ma non per la portinaia, che conosce in maniera quasi maniacale le abitudini di ogni inquilino e intuisce immediatamente che qualcosa non va.

Con l’aiuto dell’ex commissario Lefevre, che per tedio e curiosità decide di assecondarla, Berthe comprende che è necessario scoprire cosa sia accaduto. La risposta arriva nel modo più macabro possibile: Monsieur Gorin è morto.

“In tutta quella perfezione solo un dettaglio stonava come il suono di una chitarra non accordata: la tazza di tè rovesciata sul tappeto.”

L’arrivo della polizia e dell’ispettore capo Arnauld Delobel, che definisce la morte naturale e riconduce il decesso a un arresto cardiaco, spinge la portinaia e l’ex commissario a proseguire con una loro indagine.

È necessario comprendere cosa sia accaduto alle 22.17 del giorno precedente, l’orario in cui l’orologio di Gorin si è fermato. Per farlo bisogna capire chi, all’interno del palazzo, sa qualcosa o, ancora peggio, chi potrebbe essere l’assassino.

L’indagine porta così Berthe e Lefevre a conoscere ancora più da vicino gli inquilini dello storico palazzo. Ed è proprio qui che la penna della giovane autrice mostra la sua poca maturità, del tutto comprensibile trattandosi di un primo romanzo: è qui che i tratti degli abitanti avrebbero potuto farsi più marcati, le loro storie più approfondite, così da suscitare maggiore empatia e interessamento nel lettore.

Anche i salti temporali sono di sicuro interesse, perché contribuiscono a ricostruire alcuni aspetti della vicenda, ma rischiano in alcuni momenti di far venire meno il coinvolgimento e di interrompere il ritmo della narrazione. Li avrei inseriti? Probabilmente, in un primo romanzo, avrei evitato questa soluzione, per comprendere prima come integrarla perfettamente all’interno della struttura narrativa.

Questo non toglie valore al lavoro di Emma Cortesi, che dimostra di avere una buona intuizione nel costruire un mistero fatto più di dettagli e atmosfere che di colpi di scena, e soprattutto nel creare un personaggio come Berthe, che ha tutte le caratteristiche per diventare il centro di una serie.

In conclusione, “La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin” di Emma Cortesi è un libro che si legge con leggerezza e che consente alla mente di concedersi qualche momento di svago. Una riuscita opera prima, con alcuni elementi ancora da affinare, ma anche con potenzialità evidenti.

Con qualche accorgimento in più, l’autrice potrebbe regalarci una serie di romanzi con al centro lo storico palazzo di Montmartre, dal gusto pregevole e retrò, capace di diventare quasi un personaggio della storia. Un luogo figlio di un’epoca “altra”, in cui il tempo sembra scorrere più lentamente e in cui la modernità non ha ancora “ucciso” il vivere comune.

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