Festa del Cinema di Roma – “La sera a Roma”, il giallo mancato di Enrico Vanzina: quando l’omaggio al cinema di genere diventa una caricatura
La sera a Roma
Alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film di Enrico Vanzina, tratto dal suo omonimo romanzo, si presenta come un noir ambientato nell’alta società capitolina. Ma tra dialoghi artificiosi, personaggi stereotipati e una sceneggiatura che accumula tradimenti e situazioni improbabili, il risultato è un’opera che non riesce mai a trovare una propria identità.
C’è una differenza sostanziale tra rendere omaggio a un genere cinematografico e riprodurne meccanicamente le convenzioni, fino a trasformarle in una caricatura. È una differenza che “La sera a Roma”, il nuovo film scritto e diretto da Enrico Vanzina, sembra non riuscire mai a cogliere. Presentato alla ventunesima Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, il film, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato da Mondadori nel 2018, ambisce a recuperare le atmosfere del giallo classico italiano. Il risultato, tuttavia, è decisamente lontano dalle intenzioni dichiarate dal regista.
Più che un noir, “La sera a Roma” finisce per assomigliare a una commedia degli equivoci di dubbio gusto, una sorta di soap opera in salsa capitolina nella quale il mistero si perde progressivamente in un’intricata successione di relazioni clandestine, tradimenti, gelosie e vendette. Non si tratta semplicemente di un film che non mantiene le proprie promesse: è un’opera che fatica a trovare una misura narrativa e cinematografica, fino a rendere involontariamente grottesco ciò che vorrebbe essere sofisticato.

Una Roma aristocratica tra cliché e artificiosità
Al centro della vicenda c’è Federico, interpretato da Massimo Ghini, giornalista affermato e sceneggiatore, con un film di successo alle spalle. Un uomo che si definisce nostalgico, intellettualmente alternativo e di sinistra, ma che finisce per incarnare una collezione di cliché difficilmente superabile.
La sua esistenza viene sconvolta dall’incontro con Roberto Testi (Luca Ward), influente broker della finanza romana, che gli chiede un favore: incontrare Domenico Greco (Riccardo Terrana), un giovane aspirante attore desideroso di trovare un’occasione nel mondo del cinema. Federico accetta di riceverlo nella propria abitazione. Poche ore dopo, il ragazzo viene assassinato con un colpo di pistola e il giornalista, essendo stato tra gli ultimi ad averlo incontrato, finisce inevitabilmente coinvolto nelle indagini.
È qui che dovrebbe prendere forma il giallo. Peccato che il racconto fatichi a costruire una vera tensione e preferisca affidarsi a una successione di situazioni e personaggi che sembrano usciti da un immaginario televisivo ormai superato.

Anche la rappresentazione di Roma risente dello stesso problema. La città viene raccontata attraverso palazzi nobiliari, dimore aristocratiche, ambienti eleganti e salotti frequentati da personaggi che sembrano vivere sospesi in un tempo indefinito. Una capitale decadente, opulenta e mondana, che dovrebbe restituire il fascino di un mondo esclusivo, ma che finisce per apparire artificiosa e poco credibile.
Non è tanto la scelta di raccontare un’aristocrazia romana lontana dalla quotidianità a risultare problematica, quanto l’incapacità di darle una reale profondità. Tutto sembra costruito per aderire a un’immagine precostituita della Roma bene, senza mai riuscire a trasformarla in un universo cinematografico autentico.
Personaggi stereotipati e una sceneggiatura che non trova misura
Il problema più evidente riguarda proprio la scrittura. I personaggi non sembrano possedere una vera individualità, ma rispondono a modelli già ampiamente frequentati dal cinema e dalla televisione.
C’è Giulia (Martina Stella), principessa acquisita attraverso il matrimonio, ex modella e donna apparentemente inserita nell’ambiente aristocratico, ma in realtà costantemente alla ricerca di attenzioni e conferme. C’è Claudia (Rocío Muñoz Morales), giovane insegnante di pilates e amante di Federico, che rappresenta il consueto stereotipo dell’uomo maturo sposato che intrattiene una relazione con una donna molto più giovane. Alena (Sofia Bartolisinossi), fidanzata di Federico, completa il quadro delle relazioni sentimentali che attraversano la vicenda.

Federico, infatti, è sposato con Catherine (Florence Nicolas), un’intellettuale francese che dichiara di amare, nonostante continui a tradirla. Una contraddizione che il film non sembra interessato ad approfondire, preferendo utilizzare l’infedeltà come ulteriore elemento di complicazione narrativa.

Poi ci sono gli aristocratici, come Roffredo (Vittorio Viviani), personaggio dalla caratterizzazione fortemente macchiettistica, che affida gran parte della propria presenza scenica a battute e atteggiamenti da intrattenitore d’altri tempi. E ancora Domietta (Nicoletta Romanoff), figura legata a un mondo nobiliare che sembra alimentarsi esclusivamente di rivalità, desideri e risentimenti.

Intorno a loro si muove una galleria di personaggi le cui relazioni finiscono per sovrapporsi in maniera sempre più improbabile. Le indagini sull’omicidio di Domenico diventano il pretesto per portare a galla una rete di rapporti sentimentali e sessuali che coinvolge praticamente tutti.
Alena viene inizialmente sospettata dell’omicidio, poi i sospetti si spostano su Claudia e su altri protagonisti della vicenda. Le rivelazioni successive complicano ulteriormente il quadro: Claudia confessa di aver intrattenuto una relazione con Alena, giustificando la scelta come un modo per non tradire Federico con un altro uomo. Si scopre inoltre che, la sera in cui Domenico viene ucciso, Claudia si trova insieme a lui e ad Alena. I tre avevano progettato un incontro intimo, ma qualcosa interrompe la situazione: Domenico apre la porta a qualcuno che gli spara.
Il giallo, a questo punto, sembra quasi diventare secondario rispetto alla successione di confessioni e intrecci sentimentali. Più che alimentare il mistero, queste rivelazioni finiscono per rendere la vicenda sempre più grottesca.

Il paradosso di un giornalista che sembra non conoscere il proprio mestiere
Anche la caratterizzazione di Federico presenta contraddizioni difficili da ignorare. Il protagonista è un giornalista affermato, uno sceneggiatore e un uomo che dovrebbe conoscere piuttosto bene i meccanismi della comunicazione e dell’informazione.
Eppure, quando durante una conversazione con il commissario Margiotta (Carlo Buccirosso) racconta alcuni particolari della propria vita privata, rimane quasi sorpreso nello scoprire che quelle confidenze vengono utilizzate nell’indagine. Una reazione che lascia perplessi: davvero un giornalista con la sua esperienza non dovrebbe sapere che le informazioni condivise possono diventare materiale utile per chi indaga?
La stessa incoerenza emerge nel rapporto con il collega Maselli (Ricky Memphis), cronista di nera interessato allo scoop. Federico si mostra rigoroso e moralmente intransigente quando si tratta di pubblicare notizie non ancora verificate, ma questa correttezza professionale appare inserita nella sceneggiatura più come una caratteristica dichiarata che come un elemento realmente sviluppato.
Il risultato è un protagonista che dovrebbe incarnare un certo modello di intellettuale romano, ma che finisce per apparire una figura costruita attraverso battute, nostalgie e contraddizioni mai approfondite.

Tra commedia e noir, un’identità cinematografica mancata
Nelle note di regia, Vanzina dichiara apertamente i propri riferimenti. Cita “La donna della domenica” di Luigi Comencini, con Marcello Mastroianni e Jacqueline Bisset, e guarda alle atmosfere di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, immaginando anche una colonna sonora capace di richiamare il linguaggio musicale di Ennio Morricone.
L’ambizione è quella di realizzare un giallo classico, capace di alternare suspense e momenti di commedia, mantenendo un equilibrio tra intrattenimento popolare e riferimenti cinefili.
Ma conoscere i modelli non significa necessariamente saperli reinterpretare. E soprattutto, citarli non basta a restituirne la forza.
In “La sera a Roma” la componente comica non alleggerisce il racconto: lo indebolisce. Le battute appaiono spesso prevedibili, i dialoghi risultano didascalici e le situazioni si susseguono senza una progressione narrativa convincente. Anche la recitazione risente di questa impostazione. Attori generalmente capaci sembrano muoversi con una rigidità insolita, come se fossero costretti a pronunciare battute che non appartengono loro. La direzione degli interpreti non riesce a restituire naturalezza ai personaggi, che rimangono intrappolati in una recitazione artificiosa.
Una confezione visiva che non salva il racconto
Neppure sul piano tecnico il film riesce a trovare una direzione convincente. La fotografia di Claudio Zamarion, la scenografia di Walter Caprara, i costumi di Magda Accolti-Gil e il montaggio di Valentina Romano dovrebbero contribuire a costruire quell’eleganza decadente tanto ricercata dal regista. Eppure, la componente visiva non riesce a dare coerenza all’universo narrativo. La resa cromatica appare poco armonica, gli ambienti sembrano talvolta eccessivamente costruiti e l’insieme non restituisce quella suggestione notturna e sofisticata che avrebbe dovuto caratterizzare la capitale. Anche le musiche di Umberto Smaila e Silvio Amato, chiamate a evocare atmosfere da grande giallo italiano, non riescono a conferire al racconto la tensione necessaria. La forma non sostiene la narrazione e la confezione estetica finisce per accentuare, anziché nascondere, le debolezze del progetto.

Un omaggio che diventa caricatura
Alla fine della visione rimane soprattutto la sensazione di un’occasione mancata. “La sera a Roma” vorrebbe essere un giallo elegante, un ritratto impietoso dell’alta società capitolina e, contemporaneamente, un omaggio a una stagione del cinema italiano che ha saputo coniugare intrattenimento, ironia e capacità narrativa.
Ma l’accumulo di cliché, le battute prevedibili, i personaggi stereotipati e una costruzione narrativa che confonde continuamente il mistero con il melodramma impediscono al film di raggiungere questi obiettivi.
A un certo punto viene spontaneo chiedersi se Enrico Vanzina non abbia finito per confondere il noir con una commedia sentimentale dalle tinte crime. Perché ciò che dovrebbe essere un’indagine su un omicidio si trasforma progressivamente in una storia di corna, rivalità e relazioni clandestine, nella quale ogni nuovo elemento sembra aggiungere confusione anziché suspense.
Il cinema di genere non ha bisogno di essere reinventato a ogni occasione, ma necessita almeno di una consapevolezza narrativa e stilistica che qui sembra mancare. Un conto è recuperare un immaginario, un altro è riprodurne le forme senza riuscire a restituirne la sostanza.
E così, quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un omaggio al grande giallo italiano si trasforma in una sua involontaria parodia. Una pellicola che, nonostante le ambizioni e il cast coinvolto, non riesce a trovare una ragione cinematografica per esistere.