“Le città di pianura” di Francesco Sossai dal 25 settembre al cinema – la recensione
Le città di pianura
“Le città di pianura” è un film di Francesco Sossai con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Cavilla e con la partecipazione di Roberto Citran e Andrea Pennacchi. Prodotto da Marta Donzelli e Gregorio Paonessa uscirà nelle sale italiane il 2 ottobre e in esclusiva nelle sale del Triveneto dal 25 settembre. È una produzione di Vivo Film con Rai Cinema, in coproduzione con Maze Pictures e distribuito da Lucky Red.
Sinossi
Carlobianchi e Doriano sono due spiantati cinquantenni che hanno un’ossessione: andare a bere l’ultimo bicchiere. Una notte girovagando in macchina tra le montagne del Veneto, si imbattono per caso in Giulio, un timido studente di architettura. L’incontro tra questi due improbabili mentori trasformerà profondamente Giulio nel suo modo di vedere la vita, l’amore e il futuro. È un road movie che viaggia nella pianura veneta alla stessa velocità con cui si smaltisce una sbronza.
I personaggi
Carlobianchi e Doriano rappresentano un generazione sospesa, fatta di sogni mancati, ma mai del tutto spenta. La loro ironia e complicità li rendono figure tragiche ma anche molto profonde. Gulio, invece, rappresenta una gioventù che ha tutto il mondo davanti, ma è già incatenata in uno schema e ordine soffocanti. L’incontro tra queste generazioni è un paradosso perché i due cinquantenni sembrano più liberi del ragazzo, mentre Giulio, con tutte le sue paure, sembra più imprigionato di loro. Questo scambio di ruoli rende il film ricco di sfumature emotive, dove nessuno è davvero guida o maestro.
Temi e atmosfera
Il film, non è solo un racconto di amicizia, ma narra del bisogno di evadere dagli schemi e delle difficoltà di dare un senso alle proprie giornate. L’alcol diventa metafora di un vuoto esistenziale che non può essere riempito ma solo anestetizzato. La pianura veneta, con i suoi paesi silenziosi, le strade infinite e i bar illuminati al neon, assume quasi il ruolo di un quarto personaggio: immobile, malinconica, eppure specchio fedele delle vite dei protagonisti. L’atmosfera dell’opera oscilla al tra il comico e il malinconico, con momenti di leggerezza che si alternano a riflessioni più profonde, restituendo la sensazione autentica di chi cerca un senso senza mai trovarlo del tutto.
La regia
Francesco Sossai adotta uno stile che richiama il road movie, costruendo il film come un percorso fatto di incontri casuali, dialoghi sospesi e silenzi che parlano più delle parole. La macchina da presa osserva i protagonisti con rispetto e vicinanza, senza mai giudicarli, lasciando che siano i loro gesti e i loro sguardi a raccontare. La fotografia predilige i toni notturni e le luci artificiali, creando atmosfere sospese che riflettono il senso di immobilità della provincia italiana. La regia trova forza proprio nella semplicità, trasformando la pianura in uno spazio universale dove ogni spettatore può proiettare le proprie fragilità.
Uno specchio della provincia italiana
Oltre alla vicenda dei tre personaggi, il film diventa uno specchio della provincia italiana. Una parte del paese spesso dimenticata, essendo lontana dai centri culturali e dalle grandi città. In questi luoghi la vita scorre in maniera molto lenta e i bar diventano un punto di scambio sociale più intenso. È un’Italia che raramente trova spazio sul grande schermo, fatta di persone che si arrangiano, che vivono di lavori precari, di sogni rimandati e di piccole speranze che spesso si spengono sul nascere. Il film riesce a dare voce a questo aspetto senza sfociare sul pietismo, ma con dignità e autenticità. In questo contesto, la pianura veneta diventa simbolo universale di quelle periferie invisibili, dove la solitudine, l’attesa e la speranza diventano pane quotidiano.
Cosa resta?
“Le città di pianura” non racconta solo la storia di tre persone ma quella di tante intrappolate in un mondo che chiede troppo o che dà troppo poco. Ognuno di noi si riconosce un po’ in Giulio che ha la voglia di spezzare le catene e sentirsi libero, liberandosi dalle aspettative, oppure in Carlobianchi e Doriano che lottano per non arrendersi all’idea di una vita già scritta. Non è l’ultimo bicchiere a definire le nostre notti ma la capacità di condividerlo con chi ci accompagna. In quelle notti, fatte di fragilità e ironia, si nasconde la grandezza dell’essere umano.
“non c’è mai un’altra volta” – Carlobianchi