Ma noi, cosa ci possiamo fare? Riflessioni sulla guerra e le immigrazioni

Questo il titolo di una serie di riflessioni che hanno accompagnato il periodo di Quaresima presso la Chiesa del mio piccolo paese in Trentino. Al di là dell’aspetto religioso, queste riflessioni possono essere fatte in qualsiasi periodo dell’anno e da chiunque, in quanto siamo tutti esseri umani e quindi, in teoria, capaci di ragionare e di esprimere sentimenti senza essere per forza legati ad un gruppo religioso.

Tra tutte le riflessioni presentate, mi ha colpito in particolare quella di un ragazzo somalo, Awas Ahmed, per la sua schiettezza, le sue parole semplici e la sua innegabile verità. Per esempio: sappiamo contare (uso apposta questa orribile immagine) il numero di cadaveri nel Mar Mediterraneo perché i media coprono maniacalmente queste informazioni e forniscono un quadro sterile della situazione drammatica della migrazione scomoda all’Europa. Tuttavia, nessuno sa contare altri cadaveri che vengono lasciati come carogne nel deserto che, come ricorda Awas, viene prima del mare: “Ma quei cadaveri non commuovono perché non si vedono in TV. Perché non c’è un giornalista che chiede ripetutamente quante donne e bambini sono morti, quante erano incinte…”.

Ma partiamo dal principio, cioè dalla domanda, l’unica domanda a cui noi siamo veramente interessati: perché vengono qui? Oppure, con le parole di Awas: “Cosa speravate di trovare in Europa?”, domande che hanno la stessa risposta scomoda, perché vera.

Secondo una stima pubblicata qualche mese fa sul Corriere della Sera, il PIL di ogni singolo Stato africano dovrebbe crescere del 9% per eguagliare il benessere europeo, un pareggio che comunque sarebbe possibile tra 50 anni, anche a questo ritmo esponenziale di crescita del continente. Quindi, non stupisce sentirsi rispondere che si scappa dalla disperazione della povertà e dell’immobilità della situazione economica del proprio Paese. In questo gli italiani sono maestri di vita, e non parlo dell’immigrazione del dopo guerra, ma di quella post 2013 che ancora continua. Giovani, gente della mia età che lascia tutto e va via per cercare una speranza di vita migliore: in cosa saremmo noi ideologicamente diversi rispetto ai migranti africani? Forse in un unico aspetto: i documenti.

Documenti che spesso vengono distrutti, confiscati, gettati in mare anche forse, cancellati per sempre insieme all’identità di chi scappa da tutto. Perché non si scappa solo dalla povertà: ci sono perseguitati, ripetuti abusi dei diritti umani e della libertà dell’individuo: “Due giovani sono stati uccisi ieri a Mogadiscio perché si baciavano sotto un albero. Avevano 20 anni. Non festeggeranno altri compleanni, non si baceranno più” (Awas Ahmed).

Questo ciclo di riflessioni aveva come chiusura la seguente provocazione: ma noi cosa ci possiamo fare? Innanzitutto, conflitti che nascono dall’ignoranza vanno combattuti con l’informazione che nasce dall’interesse. Interesse a seguire le cronache, ma anche a incontrare e parlare con i diretti interessati, migranti e operatori sociali  che sanno di cosa parlano, perché vicini al problema in mare e anche prima che i barconi entrino in acqua. Successivamente, cercare di mettere da parte i pregiudizi e di svuotare la mente da tutti i preconcetti e cercare di imparare nuovamente. Come dice un’immagine della filosofia orientale, non si può riempire una coppa già vuota. Svuotando le nostre coppe, si potranno anche aprire gli occhi davanti all’evidenza, per quanto scomoda sia. Infine, cercare di non fare una guerra tra poveri, ma applicare il concetto dell’unione che fa la forza in una società coesa e che riconosce in quelle persone che arrivano i propri cari che sono partiti senza sapere se ce l’avrebbero fatta.

Martina Seppi

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