“Vacanze di Guerra”, regia di Ferdinando Ceriani, al Teatro India – la recensione

Vacanze di Guerra

Vacanze di Guerra

È di oggi la notizia di cronaca sull’inchiesta dei “cecchini del weekend” a Sarajevo. Persone facoltose che durante l’assedio del 1993 – 1995 hanno pagato ingenti somme di denaro ai militari serbi per partecipare all’assedio e sparare per “divertimento” contro i cittadini della capitale bosniaca. L’Ansa li definisce “Turisti della guerra”.

Perché ne stiamo scrivendo qui, quando invece dovremmo raccontare uno spettacolo teatrale? Perché spesso la realtà supera la fantasia per diventare orrore.

Il testo di Ignasi Garcìa Barba, tra i più quotati autori spagnoli viventi e allievo di Sinisterra e Mayorga, diventa sul palcoscenico del Teatro India un’opera attuale e atterrente. Vacanze di Guerra”, regia di Ferdinando Ceriani, con protagonista Berta, interpretata da Valentina Martino Ghiglia, racconta infatti, attraverso un testo spiazzante, esilarante e tragico al tempo stesso, il turismo di guerra.

Berta è una guida turistica di un’insolita agenzia di viaggi – la War Zone Travel – che organizza visite turistiche nei paesi in guerra. L’offerta della giornata prevede, appunto, una visita a un campo di rifugiati con pranzo al sacco e la possibilità di collocare con le proprie mani una bomba antiuomo.

Lo spettacolo squarcia la quarta parete creando uno spazio unico in cui gli spettatori/turisti e la guida Berta interagiscono nell’attesa di assistere al primo appuntamento del pacchetto turistico della giornata.

Ciò che l’opera riesce a fare è raro: non solo generare domande, che si accavallano ininterrottamente, ma far sentire il pubblico parte integrante dello spettacolo e per questo colpevole di ciò che si sta osservando.

Berta racconta tra le righe anche gli avvenimenti che l’hanno condotta a un lavoro degradante e pericoloso: il licenziamento dall’agenzia editoriale, la necessità di accudire la propria famiglia e i suoi due figli, la presenza di un marito nullafacente.

“Vacanze di guerra” atterrisce ma si esce dal teatro con la certezza che è solo una storia che non può ripetersi nella realtà: nulla di più falso.

Come affermato dal suo stesso autore: “Mark Twain nel 1856 guidava i più coraggiosi tra le rovine di Sebastopoli, simbolo della guerra di Crimea, mentre la statunitense War Zone Tour per quarantamila dollari organizzava viaggi a Baghdad durante la seconda Guerra del Golfo.”

Le guerre non sono mai generate da un solo uomo ma è la presenza di chi lo segue, per credo, paura o ambizione, a scaturire l’orrore.

Le domande sono tante: potrebbe mai un solo uomo riuscire a creare un conflitto, se accanto non avesse chi impugna le armi per concretizzarlo?

E poi: quanto facciamo del bene quando ci rechiamo nei Paesi più poveri a lasciare la nostra carità? È un atto di generosità oppure è solo desiderio di bearsi della propria benevolenza?

Infine: siamo certi della nostra umanità? Siamo consapevoli di chi siamo realmente? Quanto siamo disposti a spingerci nell’orrore per curiosità, paura o bisogno?

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