“Giovanna d’Arco”, regia di Luca De Fusco, al Teatro Torlonia – la recensione
Giovanna d’Arco - ph Claudia Pajewski
Giovanna d’Arco, la pulzella di Orléans, pura e combattiva, il mito avvolge la sua storia, una tragedia beatificata, una narrazione leggendaria.
La storia messa in scena dal 23 ottobre al 2 novembre al Teatro Torlonia, un unicum dell’architettura scenica ottocentesca, cala lo spettatore in una dimensione intima. Le sole 40 sedie disposte circolarmente rievocano un rituale antico: il pubblico dopo essere entrato da una quinta laterale si siede liberamente nello spazio occupato al centro solo da undici cubi in legno. Nessuno è pronto all’arrivo dell’eroina femminista, interpretata da Mersila Sokoli (Premio le Maschere del Teatro Italiano 2025 – Miglior Emergente), vestita con un abito leggero in maglia argentata, a piedi nudi, con la fermezza negli occhi. Chi è colei che ci parla? Una pazza che si crede Giovanna d’Arco? Nel silenzio teatrale, un angelo la invita a parlare:
“Forse un angelo parla a tutti, eppure
in quel supremo istante pochi ascoltano,
pochi hanno l’orecchio e l’ubbidienza
delle radici che a gennaio dormono.
Dal profondo una voce bisbiglia,
giunge un brivido ai rami più lontani.
Nessuno se ne accorge ma è partita
a buie ondate un’altra primavera.”
Inizia il racconto delle vicende biografiche con l’espressività dell’attrice diretta da Luca De Fusco, che trova una chiave teatrale del celebre componimento. Non è la prima volta per il regista teatrale, già nel 2004 ne aveva curato un’edizione, con Gaia Aprea protagonista, che ebbe una lunga vita scenica.
La regia antieroica ci pone di fronte a un sali e scendi di emotività, per oltre un’ora, con lo spettacolo unipersonale e il susseguirsi delle parole lasciateci da Maria Luisa Spaziani nell’opera ‘Giovanna d’Arco’, pubblicata nel 1990.

Giovanna racconta al centro, direzionata da subito, la giovane di origini umili, chiamata da Dio alla liberazione del territorio francese occupato dagli inglesi. Colpita dalle luci caravaggesche di Gaetano La Mela illuminata e spenta alternativamente, con il volto senza trucco, impetuosa, ci guarda a distanza ravvicinata. Ferma, decisa ed emotiva, un forte contrasto percepito dal pubblico concentrato su una Giovanna moderna, lei conosce il tormento, la frustrazione e la noia.
In una tensione continua, accompagnata dalla musica di Antonio Di Pofi, mai eccessivo, la giovane interprete dà vita a un mito, riportandolo al presente, sublimata dalle scelte sceniche di Marta Crisolini Malatesta.

La vicenda di Giovanna si svolge come da tradizione ma il finale se ne distacca. Dopo il processo di Rouen e la condanna, mentre la pulzella riflette in solitudine sul fatto che ‘La fede può non far sentire il male’, una dama misteriosa la libera: si tratta della pronipote di un cardinale, devota proprio a San Michele Arcangelo. La protagonista deve ancora finire il suo compito, quando saprà — da un fraticello hussita — di essere venerata come santa, è qui che pronuncia la seconda sua bugia (la prima gliel’aveva suggerita l’angelo) avvalorando al suo interlocutore la visione di sé stessa, con corazza e stendardo. La narrazione non si intromette nel mito, ciò che conta è che il ragazzo custodisca il segreto di Dio e il principio edificante del racconto.
La letteratura ha un grande compito: toccare nel profondo e portare alla luce un messaggio che deve essere custodito.
“Dimentica le voci che serpeggiano
qua e là a offuscare la più bella storia.
Caro al Cielo è chi muore al punto giusto,
al vertice radioso, chi per sempre
giovanissimo lascia un grande mito.
Racconta che le fiamme di Rouen
mi hanno dissolto in fulgide scintille”