“Borderlife, la nostra vita dall’altra parte” di Nicoletta Robello al Teatro Sala Umberto: la recensione

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BORDERLIFE. La nostra vita dall’altra parte – Francesca Merloni, Yaser Mohamed e Radicanto al Teatro Sala Umberto 28 aprile 2026 1

Debuttato martedì 28 aprile 2026 al Teatro Sala Umberto, “Borderlife, la nostra vita dall’altra parte” è l’adattamento teatrale del romanzo di Dorit Rabinyan, con la regia di Nicoletta Robello e in scena Francesca Merloni, Yaser Mohamed e i Radicanto.

Lo spettacolo si presenta come un ibrido tra teatro e concerto, dove la parola scenica e la musica convivono sullo stesso piano, senza una gerarchia netta. La colonna sonora originale dei Radicanto, formazione pugliese che lavora tra folk mediterraneo e cantautorato, non accompagna semplicemente l’azione ma diventa parte strutturale della narrazione. 

La storia è quella di Liat e Hilmi, due giovani che si incontrano nella New York post 11 settembre. Lei è israeliana, traduttrice con un passato nell’esercito; lui è un pittore palestinese cresciuto a Ramallah e oggi trasferito a Brooklyn. Il loro incontro avviene in una città che è ancora segnata da ferite recenti e da tensioni identitarie forti, anche se apparentemente lontane dalla vita quotidiana dei due protagonisti.

Il rapporto tra Liat e Hilmi nasce in modo immediato e quasi inevitabile, ma si muove fin dall’inizio dentro una fragilità evidente. Non è solo una storia d’amore, ma un incontro tra mondi che portano con sé appartenenze, memorie e responsabilità difficili da mettere a tacere. Il testo insiste proprio su questa tensione: da una parte il desiderio, dall’altra il peso delle origini.

La drammaturgia lavora per contrasti molto chiari: appartenenza e distanza, libertà e dovere, desiderio e senso di colpa, passato e futuro. Non c’è però una volontà di arrivare a una sintesi o a una risoluzione. Al contrario, lo spettacolo sembra costruito per mantenere queste tensioni aperte, senza mai chiuderle davvero. Anche la struttura narrativa riflette questa scelta.

Non c’è un racconto lineare, ma una sequenza di quadri e momenti emotivi. La storia procede per frammenti, seguendo più lo stato emotivo dei personaggi che uno sviluppo narrativo classico. In questo senso, lo spettacolo rinuncia volutamente a una costruzione drammaturgica tradizionale. La regia di Nicoletta Robello asseconda questa impostazione e costruisce uno spazio scenico essenziale, quasi spoglio. Pochi elementi, ridotti all’indispensabile, che lasciano grande centralità agli attori e alla musica. Il lavoro registico si concentra soprattutto sul rapporto tra corpo, voce e suono, più che su una costruzione scenografica complessa.

La dimensione musicale è centrale. I Radicanto non sono un accompagnamento, ma una presenza costante che attraversa tutta la rappresentazione. Le canzoni e le sonorità non intervengono solo tra una scena e l’altra, ma entrano dentro la narrazione, la sospendono, la amplificano o la trasformano. Questo porta lo spettacolo a una forma quasi da concerto teatrale, in cui la musica diventa il vero filo conduttore emotivo.

Francesca Merloni e Yaser Mohamed costruiscono due personaggi molto misurati. Il loro lavoro si basa su una recitazione contenuta, spesso quasi trattenuta, che lascia spazio alla musica e al ritmo complessivo dello spettacolo. Il loro rapporto scenico è fatto di avvicinamenti e distanze continue, di momenti di intimità subito seguiti da allontanamenti, in una dinamica che restituisce bene la precarietà della loro relazione. Il legame tra i due protagonisti viene raccontato come un amore “a tempo”, destinato a scontrarsi con confini reali e simbolici. Non è solo una storia sentimentale, ma anche una riflessione su quanto le identità, le appartenenze e le origini possano incidere sulle scelte individuali.

La forte frammentazione narrativa e la scelta di privilegiare le emozioni rispetto a uno sviluppo drammaturgico più solido fanno sì che lo spettacolo perda, a tratti, una direzione narrativa precisa. Si ha spesso la sensazione di un percorso che procede per accumulo emotivo più che per costruzione di un vero arco narrativo. Questo aspetto diventa particolarmente evidente nel finale. La conclusione non arriva come esito di un percorso compiuto, ma come una sospensione improvvisa. Non c’è una vera chiusura drammaturgica né un momento di sintesi finale: lo spettacolo si interrompe in modo netto, lasciando lo spettatore con una sensazione di incompiutezza. Più che un finale aperto costruito consapevolmente, l’effetto è quello di un arresto improvviso, che lascia irrisolta la tensione accumulata nel corso della rappresentazione. Questa scelta incide inevitabilmente sulla tenuta complessiva dello spettacolo, soprattutto dal punto di vista narrativo.

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