Festa del Cinema di Roma – “Cambiare l’acqua ai fiori”: Jean-Pierre Jeunet racconta il dolore e la rinascita
Cambiare l’acqua ai fiori
Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, nella sezione Grand Public, l’adattamento del romanzo di Valérie Perrin racconta il lento percorso di una donna chiamata a ritrovare se stessa dopo una perdita devastante. Jean-Pierre Jeunet affronta il dolore con delicatezza, attraverso uno sguardo poetico e un immaginario visivo sospeso tra suggestioni fiabesche e accenti talvolta caricaturali.
Ci sono perdite che segnano un’esistenza per sempre, lasciando ferite con cui imparare, giorno dopo giorno, a convivere. Il dolore non si dissolve, ma può trasformarsi, trovare una nuova collocazione nella memoria e lasciare spazio, lentamente, alla possibilità di vivere ancora. È da questa profonda consapevolezza che prende forma “Cambiare l’acqua ai fiori”, il film diretto da Jean-Pierre Jeunet e tratto dall’omonimo romanzo di Valérie Perrin, pubblicato in Italia da Edizioni e/o.
Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, nella sezione Grand Public, il film porta sullo schermo una storia che intreccia lutto, memoria, segreti familiari e possibilità di rinascita. Al centro c’è Violette Toussaint (Leïla Bekhti), custode di un piccolo cimitero della Borgogna. Un luogo che, nell’immaginario comune, appartiene alla fine delle cose, ma che qui diventa uno spazio di incontri, confidenze e nuove possibilità.
Jeunet affronta una materia narrativa dolorosa senza trasformarla in un racconto costantemente cupo. La sua è una storia attraversata dalla malinconia, ma anche da una leggerezza che cerca di restituire alla protagonista il diritto di vivere. Il risultato è un film delicato, capace di regalare momenti di commozione, che tuttavia non sempre riesce a raggiungere la profondità emotiva suggerita dalla storia.
Violette, una vita segnata dall’abbandono
La storia di Violette affonda le proprie radici nell’abbandono. Rifiutata dalla madre quando è ancora neonata, viene trovata in condizioni disperate, con la pelle segnata da una tonalità violacea. È proprio da quel colore che nasce il nome che le viene dato. Cresciuta in una struttura per l’infanzia, Violette porta con sé, fin dai primi giorni di vita, il segno di una ferita originaria che sembra anticipare le perdite e le prove con cui sarà chiamata a confrontarsi.
Crescendo, Violette conosce Philippe Toussaint (Matthias Schoenaerts), un motociclista dal quale rimane subito affascinata. La loro relazione sembra inizialmente una storia appassionata, una di quelle che potrebbero consumarsi rapidamente, lasciando dietro di sé il ricordo di una stagione felice. La nascita della figlia Léonine (Élodie Batard Gaultier), però, cambia tutto.
Violette trova nella bambina una ragione profonda per vivere. La maternità le permette di conoscere un amore che non aveva mai sperimentato e di costruire quella famiglia che le era mancata durante l’infanzia. Ricorda la figlia come un’ondata d’amore, una presenza grazie alla quale non si sente più sola.
Philippe, invece, sembra incapace di assumersi fino in fondo le responsabilità della paternità. Continua a inseguire i propri desideri, esce, si allontana e lascia spesso alla moglie il peso della vita quotidiana. Anche il lavoro al passaggio a livello diventa l’ennesima dimostrazione di questo squilibrio. È un’attività che richiede presenza, attenzione e interventi anche nel cuore della notte, ma Violette finisce spesso per occuparsene da sola.
Non è soltanto la difficoltà economica a emergere, ma una distanza più profonda. Violette si ritrova a sostenere una famiglia che dovrebbe essere condivisa, mentre Philippe sembra non avere ancora trovato il proprio posto nel mondo. I suoi desideri e le sue passioni non hanno trovato una direzione, e la vita adulta sembra essergli arrivata prima che fosse pronto ad affrontarla.
Quando il lavoro al passaggio a livello viene meno con l’automazione, Violette trova un impiego in un cimitero. È l’inizio di una nuova esistenza, ma anche il luogo in cui, anni dopo, il passato tornerà a interrogarla.

Philippe e Violette, due modi diversi di affrontare il dolore
«Philippe era come i cigni, nuotavano sull’acqua, ma traballavano sulla terraferma». L’immagine usata da Violette restituisce bene la natura di un uomo che sembra muoversi con sicurezza soltanto quando può sottrarsi alla concretezza della vita. Sulla terraferma, invece, arrivano le responsabilità, gli impegni e la necessità di diventare adulti.
Philippe non viene presentato come un uomo cattivo. È inaffidabile, spesso assente, incapace di essere il padre e il compagno di cui Violette avrebbe bisogno. Eppure il film non permette di stabilire con certezza che cosa provi davvero per lei. Ciò che rimane ambiguo è proprio la natura del suo sentimento: amore, affetto, abitudine o qualcosa che si è già consumato.
Violette, dal canto suo, non sembra completamente inconsapevole dei limiti del marito. Si accorge delle sue assenze, della difficoltà di costruire con lui un progetto condiviso. Ma non vuole rinunciare alla famiglia che ha cercato di creare. Il suo passato di bambina abbandonata pesa anche sulle scelte che compie da adulta: sa cosa significhi crescere senza i genitori e non vuole che sua figlia debba fare i conti con l’assenza.
È particolarmente significativo, in questo senso, l’incontro con Célia (Anouk Grinberg), la donna che Violette conosce durante il periodo in cui lavora al passaggio a livello. Tra loro nasce un’amicizia importante, fatta di ascolto e confidenze. Célia riesce a vedere ciò che Violette, pur intuendolo, non vuole affrontare apertamente.
Quando Violette le racconta di desiderare un secondo figlio, mentre Philippe considera la casa troppo piccola, Célia le restituisce una riflessione destinata a rimanere: forse non è la casa a essere troppo piccola, ma l’amore di Philippe.
È un’osservazione amara, perché mette in discussione non soltanto la relazione tra i due, ma anche le speranze con cui Violette cerca di tenerla in piedi. Lei non è cieca di fronte alla realtà. In qualche modo, la percepisce già. Ma continua a sperare, anche perché l’idea di una famiglia divisa riapre la ferita della propria infanzia.
Il film non ci chiede di stabilire se Philippe sia capace di amare Violette. Non è questo il punto centrale della loro storia. La questione più dolorosa arriva quando la famiglia viene travolta dalla perdita della figlia: due persone che avrebbero avuto bisogno di trovare nell’altra un sostegno non riescono a condividere ciò che è accaduto.
Violette rimane, mentre Philippe fugge. Lui si sottrae al confronto, si allontana dal passato e non trova la forza di raccontare ciò che porta dentro di sé. Lei, invece, resta a vivere con il dolore, senza poter comprendere fino in fondo le ragioni della sua scomparsa.
Non sappiamo che cosa sarebbe accaduto alla loro relazione se la tragedia non fosse arrivata. Forse quella storia avrebbe trovato comunque la propria fine, oppure sarebbe cambiata con il tempo. Ciò che sappiamo è che, davanti alla sofferenza, i due non riescono ad aiutarsi, a parlarsi e ad affrontare insieme la perdita. È questa incapacità, più ancora dell’ambiguità dei loro sentimenti, a segnare il loro destino.

Un passato che ritorna attraverso i ricordi
Il racconto si sviluppa attraverso un’alternanza tra presente e passato. Nel cimitero, Violette ha ormai costruito una quotidianità fatta di gesti consueti e piccoli rituali, cercando in quell’equilibrio una forma di serenità.
L’incontro con Julien Seul (Melvil Poupaud), un poliziotto giunto al cimitero in seguito alla morte della madre, apre una nuova fase della narrazione. La scoperta di una relazione sentimentale rimasta a lungo nascosta lo spinge a interrogarsi su un passato di cui ignorava l’esistenza. Le sue ricerche finiscono così per intrecciarsi con la scomparsa di Philippe, riportando alla luce vicende che Violette aveva cercato, non senza fatica, di lasciarsi alle spalle.
Tra i due nasce un rapporto inizialmente cauto, fatto di confidenze e avvicinamenti graduali. Julien è attratto da Violette, ma la sua ricerca della verità finisce anche per riportarla a confrontarsi con ricordi che avrebbe preferito non riaprire. Il film suggerisce così una riflessione sulla memoria: conoscere il passato non significa necessariamente trovare risposte capaci di alleviare il dolore. Talvolta, le verità che emergono inaspettatamente rischiano di riaprire ferite che si era imparato, faticosamente, a custodire.

I ricordi di Violette, tuttavia, non sono legati soltanto all’abbandono e alla sofferenza. Nel corso del film affiorano momenti di vita familiare, vacanze, il Natale trascorso insieme e immagini della figlia accanto al padre. In alcuni di questi frammenti, Philippe sembra riuscire a essere finalmente presente, mentre il rapporto con la bambina restituisce l’immagine di una famiglia capace, almeno per qualche istante, di trovare una propria felicità.
Questi ricordi restituiscono complessità alla storia, impedendo che venga ridotta a una successione di perdite. La vita di Violette è stata attraversata anche da sorrisi, gesti d’affetto e momenti di autentica vicinanza, che continuano a esistere nonostante la tragedia successiva. Il dolore non cancella ciò che è stato, né priva il passato dei suoi momenti felici.
Tra le immagini che riaffiorano, quella del treno assume un significato particolare. La bambina lo vede passare al passaggio a livello e desidera salirci. Il padre la saluta mentre parte, in una scena che evoca, per un breve istante, la spontaneità di un legame familiare. È un ricordo semplice, ma significativo: non può colmare il vuoto lasciato dalla perdita, eppure conserva una traccia di felicità alla quale Violette può ancora sentirsi legata.

Sasha, Monsieur e gli undici gatti: il cimitero come luogo di rinascita
Il cimitero è il vero centro emotivo del film. Non è soltanto il luogo in cui riposano i defunti, ma un piccolo mondo fatto di incontri, abitudini e relazioni. Qui Violette lavora, ascolta le confidenze di chi arriva a visitare una tomba e costruisce una comunità fuori dall’ordinario.
Accanto a lei Nono (Philippe Rebbot) e Gaston (Arnaud Maillard), i due becchini che condividono la quotidianità del luogo. Con le loro eccentricità e i loro modi di fare, contribuiscono a creare quell’universo singolare nel quale il tragico e il comico si intrecciano.
Ci sono poi Monsieur, il cane che apparteneva già a Sasha, e gli undici gatti che vivono nel cimitero. Sono presenze che fanno parte del luogo prima ancora che Violette diventi la sua custode. Non sono semplici elementi decorativi: contribuiscono a dare vita a questo spazio e a costruire un ambiente nel quale la cura degli esseri viventi accompagna quella riservata alla memoria dei morti.
Il cimitero diventa così un luogo in cui la morte non esclude la vita. Le persone si incontrano, si raccontano, cercano conforto. La protagonista è spesso quella che ascolta e accoglie, ma è proprio attraverso queste relazioni che comincia lentamente a ritrovare un posto nel mondo.
Una figura fondamentale in questo percorso è Sasha, interpretato da Sergio Castellitto, il precedente custode del cimitero. È lui a incontrare Violette nel momento in cui la donna si trova a fare i conti con una sofferenza che non riesce ancora ad affrontare. Non essere riuscita a partecipare al funerale della figlia è il segno di un dolore troppo grande, che la tiene lontana persino dal luogo in cui la bambina riposa.
Sasha le offre una presenza discreta e concreta. Le insegna a prendersi cura del giardino, a lavorare la terra e a osservare i fiori. Attraverso questi gesti, Violette comincia lentamente a ricostruire un rapporto con se stessa.
È in questo contesto che arriva una delle frasi più significative del film: «Quando tutto ciò che è piantato fiorirà, tu troverai tua figlia in ogni fiore che germoglierà».
In queste parole è racchiuso il senso profondo della storia. Violette non deve dimenticare Léonine, né smettere di sentirne la mancanza. Deve imparare a riconoscerla nella vita che continua, nei fiori che sbocciano, nei piccoli gesti quotidiani che restituiscono un senso al tempo.

Il giardino non cancella il lutto, ma le permette di prendersi cura anche della propria anima. La donna, che all’inizio sembra aver rinunciato alla vita, comincia a cambiare. Lentamente, i colori tornano nei suoi vestiti, il suo modo di presentarsi al mondo diventa diverso e la sua femminilità riemerge senza che questo significhi rinnegare la figlia.
Quando Julien le fa notare quanto sia bello vederla indossare abiti colorati, il cambiamento appare evidente. Violette non è più soltanto la donna che si sente come un paio di calzini appallottolati, dimenticati in un angolo. Sta imparando a vivere con il proprio dolore, senza permettergli di occupare ogni spazio della sua esistenza.
Sasha, quando decide di lasciare il cimitero e andare in pensione, sa che lei è pronta a raccoglierne l’eredità. Non si tratta soltanto di un lavoro, ma di un luogo che Violette ha imparato ad abitare e a trasformare in una casa per sé e per gli altri.
Jean-Pierre Jeunet tra delicatezza e immaginario fumettistico
Il cinema di Jean-Pierre Jeunet è riconoscibile per l’attenzione ai dettagli, l’eccentricità dei personaggi e una costruzione visiva che avvicina spesso la realtà alla dimensione della fiaba. Da Delicatessen a Il favoloso mondo di Amélie, il regista ha costruito un universo personale nel quale il quotidiano viene filtrato attraverso uno sguardo singolare, capace di trovare meraviglia nelle situazioni più ordinarie.
In Cambiare l’acqua ai fiori questa cifra stilistica incontra una storia segnata da un dolore profondo. Il contrasto produce momenti di poesia, ma genera anche qualche dissonanza.
Soprattutto all’inizio, alcuni personaggi e situazioni sembrano appartenere a un immaginario quasi fumettistico. Le figure di contorno, con comportamenti eccentrici e tratti esasperati, contribuiscono a creare un mondo originale nel quale l’ironia alleggerisce il peso degli eventi. Tuttavia, questa scelta non sempre trova un equilibrio convincente con la gravità della vicenda.
Il problema non è la presenza della comicità. La leggerezza è necessaria proprio perché la storia affronta una sofferenza tanto radicale. Il rischio è che, in alcuni passaggi, la rappresentazione diventi troppo insistita, come se il film avesse bisogno di sottolineare la propria eccentricità anche quando basterebbe lasciare spazio ai personaggi.
I due becchini, in particolare, rimangono talvolta vicini alla caricatura. Il loro contributo alla dimensione comica è comprensibile, ma non sempre si integra con naturalezza nel racconto del lutto. La stessa sensazione riguarda alcuni passaggi della narrazione, che sembrano preferire la spiegazione alla possibilità di lasciare sedimentare le emozioni.
La fotografia di Thomas Hardmeier, la scenografia di Aline Bonetto e le musiche originali di SAYCET contribuiscono comunque a costruire un’atmosfera precisa. Gli spazi, il giardino e le tombe diventano parte di una geografia emotiva che accompagna la trasformazione della protagonista.
Jeunet sceglie di non appesantire il racconto e di cercare la luce anche nei luoghi in cui sembra impossibile trovarla. È una scelta coerente con il significato della storia, anche se non sempre riesce a raggiungere la profondità emotiva alla quale aspira.

Dal romanzo di Valérie Perrin al cinema
Adattare Cambiare l’acqua ai fiori significa confrontarsi con un romanzo che intreccia mistero, memoria e sentimenti. La sceneggiatura di Jean-Pierre Jeunet e Guillaume Laurant conserva il nucleo della storia e la sua struttura temporale, ma non sempre riesce a restituire sullo schermo la profondità emotiva della pagina.
Se nel romanzo di Valérie Perrin è possibile esplorare i pensieri e le contraddizioni di Violette, il film si affida soprattutto alle immagini e ai gesti. Alcuni passaggi risultano così troppo rapidi e certe emozioni avrebbero meritato maggiore spazio. La storia conserva la propria forza, ma la trasposizione talvolta sembra illustrarla più che reinterpretarla, senza svilupparne pienamente il potenziale.
Rimane centrale il messaggio dell’opera: ricominciare non significa dimenticare, ma imparare a convivere con l’assenza, lasciando che il dolore trovi una nuova forma nel tempo.
Un film delicato, ma non sempre profondo quanto potrebbe
Cambiare l’acqua ai fiori è un film che lascia emergere una sensibilità autentica. La storia di Violette possiede una forza emotiva evidente e trova nella cura del giardino la propria immagine più riuscita.
Leïla Bekhti sostiene il racconto con un’interpretazione delicata, capace di restituire la fragilità della protagonista senza privarla della sua dignità. Matthias Schoenaerts dà corpo a un personaggio contraddittorio, la cui incapacità di affrontare la realtà non consente di ridurre la sua vicenda a un semplice giudizio morale. Melvil Poupaud accompagna il percorso della donna con una presenza misurata, mentre Sergio Castellitto interpreta una figura fondamentale per la sua rinascita.
Resta, tuttavia, la sensazione che il film avrebbe potuto osare di più sul piano emotivo. La vicenda contiene un dolore enorme, ma non sempre la sua rappresentazione riesce a raggiungere la stessa intensità. La componente fumettistica, la caratterizzazione di alcuni personaggi secondari e la rapidità con cui vengono affrontati determinati passaggi impediscono talvolta alla commozione di svilupparsi pienamente.
Non è necessario che un film sul lutto sia cupo o opprimente. La delicatezza può essere una scelta espressiva precisa, e la leggerezza può diventare una forma di resistenza. Ma tra il non appesantire il racconto e il lasciare che il dolore trovi davvero spazio esiste una differenza sottile, che qui non sempre viene superata.
Il merito di Jeunet è ricordarci che la vita non si interrompe definitivamente nel momento in cui qualcosa si spezza. Continua nei gesti quotidiani, nelle persone che incontriamo, nella terra che coltiviamo e nei fiori che tornano a sbocciare.
Violette non dimentica la figlia e non smette di portare con sé la sua assenza. Impara, piuttosto, a riconoscerla nella vita che continua. È un percorso che non richiede di cancellare il passato, ma di trovare un modo per abitarlo senza rinunciare al presente.
Ed è in questa immagine, più ancora che nei passaggi costruiti per sorprendere, che Cambiare l’acqua ai fiori trova la sua verità più profonda.
