“Il Bene Comune” di e con Rocco Papaleo al cinema dal 12 marzo: la recensione
Il Bene Comune
La base è solida, un intreccio di radici nodose che sembrano artigli afferrati alla roccia: così appare il pino loricato — Pinus heldreichii subsp. leucodermis — un albero raro, molto legato alle montagne dell’Italia meridionale, che resiste dove tutto il resto cede. È con la descrizione del pino loricato che comincia il film “Il Bene Comune”, regia di Rocco Papaleo, al cinema dal 12 marzo distribuito da PiperFilm.
La protagonista, Raffaella (Vanessa Scalera), racconta a Biagio (Rocco Papaleo) la sua prossima meta: il Parco del Pollino. Soltanto qui, sul massiccio che divide la Basilicata dalla Calabria, il pino loricato ha trovato casa: poche radici, poca terra, un segno di resilienza. Un luogo speciale, dove condurre le quattro detenute prossime al fine pena.
Raffaella, attrice dal potenziale inespresso, osserva la vita con attenzione e svolge un laboratorio sensoriale nel mezzo alla campagna abruzzese, nella comunità per detenute. Sperimentale ed esperienziale, il laboratorio di Raffaella vuole riuscire a rappresentare, con l’aiuto del corpo, la natura, per sentirsi parte di un bene comune.

Le quattro donne protagoniste del film sono accomunate da una pena da scontare.
Samanta (Claudia Pandolfi) è bella, istintiva, indomabile. Ha commesso un crimine perché non ha visto altra via di fuga da un matrimonio violento. Lo ha fatto per amore: un amore totalizzante verso suo figlio. La separazione forzata da lui è la ferita che la tiene sveglia la notte, che le rode i nervi e le incrina l’anima. In bilico tra lucidità e impulso, Samanta è una madre che non accetta ordini, né imposizioni. Una combattente senza pace che vive ogni giorno come se fosse sul punto di esplodere.
Gudrun (Teresa Saponangelo), figlia di due mondi — Napoli e Norvegia —, è un enigma: dura, tagliente, cinica quanto basta per sembrare immune al dolore altrui. La verità è che non ha mai fatto i conti con il proprio. Radiata, respinta dal sistema, tradita dalla sua stessa famiglia, porta dentro un rancore pesante come pietra lavica. Gudrun vive di distacco, ma dietro quella corazza c’è uno smarrimento antico che nessuno ha mai provato a toccare.
Fiammetta (Livia Ferri) è assente da sé stessa. Ex promessa della musica indipendente, è stata tradita dalla donna che amava e che era anche la sua manager. In un colpo solo ha perso tutto: l’amore, la carriera, la voce. Un gesto incendiario la porta in carcere. Da anni non canta più e la sua voce è sepolta sotto le macerie di ciò che era e di ciò che teme di non poter più essere.
Anny (Rosanna Sparapano) porta nella storia un’energia contemporanea, giovane e profondamente radicata nei conflitti del presente: tecnologia, attivismo, disuguaglianza, identità. È brillante, sempre un passo avanti. Una mente affilata che vive nel mondo digitale come altri vivono in quello reale. Hacker etica, è un Robin Hood del XXI secolo: sottrae potere a chi lo usa per schiacciare e lo redistribuisce a chi non ha voce. La sua battaglia nasce da una profonda sensibilità per l’ambiente e per le ingiustizie sociali ma, come molte guerriere solitarie, porta sulle spalle un carico invisibile: l’incapacità di fidarsi davvero di qualcuno.

Persone uniche, ferite, drammatiche. Donne che la vita ha messo in ginocchio, ma che, sorrette da un sistema che per una volta non le schiaccia ma le accoglie, iniziano a riappropriarsi del proprio desiderio, del proprio volere, della propria voce. Ognuna di loro porta addosso uno smisurato senso di vuoto, il risultato di punizioni interiori ed esteriori che hanno lasciato cicatrici profonde. All’interno di questo spazio di sospensione nasce la possibilità di un cambiamento. Parlare, cantare, raccontare ciò che hanno vissuto diventa un atto di liberazione. Dare un nome alle ferite le aiuta a sciogliere la tensione, a riconnettersi con sé stesse e con le altre, a ricostruire un senso di appartenenza.

Una semplice uscita di una notte — concessa, limitata, apparentemente insignificante — si trasforma in un viaggio emotivo straordinario. Una fuga minima che diventa un’esperienza intensa, sorprendente, attraversata da momenti di tenerezza e di conflitto, di leggerezza e di paura.
“Il bene comune” tiene lo spettatore sospeso fino alla fine, con la giusta tensione e delicatezza e con la sensazione che, anche nel buio più fitto, un frammento di rinascita sia sempre possibile.

regia di ROCCO PAPALEO
con
CLAUDIA PANDOLFI, ROCCO PAPALEO, TERESA SAPONANGELO, VANESSA SCALERA
ANDREA FUORTO, LIVIA FERRI, ROSANNA SPARAPANO
soggetto e sceneggiatura
VALTER LUPO, ROCCO PAPALEO
prodotto da
ROBERTO SESSA per Picomedia
prodotto da
CARLO PONTESILLI, ROCCO PAPALEO, LUDOVICO CANTISANI
per Less Is More Produzioni
prodotto da
MASSIMILIANO ORFEI, LUISA BORELLA, DAVIDE NOVELLI
per PiperFilm
una produzione
PICOMEDIA, LESS IS MORE PRODUZIONI e PIPERFILM
in collaborazione con NETFLIX
Vendite internazionali a cura PIPERPLAY
