“Sogno di una notte di mezza estate” al Teatro dell’Opera di Roma: il capolavoro che continua a reinventarsi
Sogno di una notte di mezza estate
“Sogno di una notte di mezza estate”, scritto da William Shakespeare intorno al 1595, è una delle commedie più emblematiche del teatro elisabettiano e nasce nel pieno del Rinascimento inglese. È un’epoca di forte stabilità politica e straordinaria fioritura culturale, in cui il teatro non è semplice intrattenimento ma un vero fenomeno sociale: uno spazio pubblico in cui si riflettono tensioni politiche, immaginari collettivi e trasformazioni culturali.
Shakespeare scrive per la compagnia dei Lord Chamberlain’s Men, all’interno di un sistema teatrale che non separa rigidamente cultura “alta” e cultura popolare. È da questa contaminazione che nasce l’opera: un testo che intreccia mondo classico, folklore europeo e comicità quotidiana, costruendo una macchina teatrale in cui livelli diversi di realtà convivono senza mai sovrapporsi completamente.
In questa prospettiva si inserisce il nuovo allestimento in scena al Teatro dell’Opera di Roma che propone “A Midsummer Night’s Dream” nella celebre versione coreografica di George Balanchine, su musiche di Felix Mendelssohn-Bartholdy.
Balanchine raccontava di aver incontrato Shakespeare da bambino, a otto anni, quando danzava nel ruolo di un elfo al Teatro Michailovskij di San Pietroburgo: un dettaglio biografico che spiega bene la natura profondamente “immaginativa” di questa coreografia, costruita come ritorno a un’idea infantile e archetipica del sogno.
La produzione romana coinvolge i tre complessi artistici del Teatro dell’Opera di Roma: il Corpo di Ballo diretto da Eleonora Abbagnato, l’Orchestra e il Coro. Sul podio dirige Karen Durgaryan, con il Maestro del Coro Ciro Visco. Tra gli interpreti spicca l’étoile dell’Opéra di Parigi Sae Eun Park, ospite del Costanzi dopo il suo debutto romano in La Bayadère. Le voci soliste sono affidate alle allieve del Fabbrica Young Artist Program Jessica Ricci e Maria Elena Pepi. Scene e costumi sono firmati da Gianluca Falaschi e le luci da Valerio Tiberi.
Nel cast si alternano alcuni dei principali interpreti della compagnia: Alessandra Amato è Elena, Marianna Suriano interpreta Titania, mentre Oberon è affidato a Mattia Tortora in alternanza con Simone Agrò, che interpreta anche Puck. Tortora danza inoltre Teseo, alternandosi con Giacomo Castellana, impegnato anche nel ruolo di Demetrio. Marta Marigliani è Ermia, Walter Maimone Lisandro, mentre Bottom è interpretato da Antonello Mastrangelo e Mike Derrua.
La trama originale si sviluppa ad Atene, città che incarna simbolicamente ordine, legge e razionalità. Qui il duca Teseo si prepara a sposare Ippolita, ma l’equilibrio viene subito incrinato da un conflitto amoroso: Ermia ama Lisandro, ma il padre le impone di sposare Demetrio. Elena, sua amica, è innamorata di Demetrio, ma non ricambiata. Di fronte alla rigidità delle leggi ateniesi, Ermia e Lisandro fuggono nel bosco, seguiti dagli altri due, dando avvio a un intreccio amoroso instabile e continuamente mutevole.
Il bosco rappresenta il contrario di Atene: uno spazio sospeso e simbolico in cui le regole sociali si dissolvono e l’amore perde ogni logica. Qui entra in scena il mondo delle fate, governato da Oberon e Titania, in conflitto tra loro. Oberon ordina al folletto Puck di utilizzare un filtro magico capace di far innamorare chi lo riceve della prima persona che vede al risveglio. L’incantesimo però sfugge al controllo e genera un caos sentimentale: Lisandro e Demetrio si innamorano entrambi di Elena, mentre Titania, vittima del sortilegio, si innamora di Bottom, trasformato con la testa d’asino.
Parallelamente si sviluppa la vicenda degli artigiani ateniesi, che preparano una rappresentazione teatrale per le nozze del duca. Questa linea narrativa introduce la dimensione meta-teatrale dell’opera: il teatro che riflette su se stesso, la recitazione come finzione dichiarata. Bottom, in particolare, diventa figura centrale nel momento in cui viene trasformato da Puck, incarnando la frattura tra umano e grottesco, desiderio e ridicolo.
Con il procedere della notte, i confini tra sogno e realtà si fanno sempre più sottili. Il bosco diventa uno spazio mentale in cui le identità si confondono e i sentimenti si trasformano senza controllo. Alla fine, però, l’incantesimo viene sciolto: le coppie si ricompongono secondo l’ordine iniziale, Titania e Oberon si riconciliano e il caos si dissolve.
Il ritorno ad Atene segna il ripristino dell’ordine, con le nozze multiple che chiudono la commedia.
Ciò che resta è la sensazione che l’esperienza del bosco non sia stata solo una parentesi narrativa, ma una rivelazione: l’amore come forza instabile, non governabile, sempre esposta alla trasformazione. Nel corso della commedia si riconoscono, inoltre, i topoi dei romanzi cavallereschi, le allegorie rinascimentali, le metamorfosi animali che richiamano il mito classico greco e romano e una tradizione letteraria che attraversa secoli di immaginario europeo. Shakespeare costruisce così un dispositivo teatrale in cui convivono registri diversi, dal comico al lirico, dal popolare al mitologico.
In questo equilibrio continuo tra ordine e disordine, razionalità e immaginazione, “Sogno di una notte di mezza estate” si conferma un’opera profondamente moderna: un prodotto del Rinascimento inglese in cui cultura classica, tradizioni popolari e invenzione teatrale si fondono in una riflessione ancora attuale sulla percezione della realtà. E nella sua versione coreografica, firmata Balanchine, questa idea si traduce in gesto e movimento, trasformando il sogno non in racconto, ma in esperienza scenica totale.