“Vesta” di Filippo Polenchi: quando il mistero diventa nebbia

0
Vesta - Filippo Polenchi

Vesta - Filippo Polenchi

Filippo Polenchi costruisce un romanzo inquieto e straniante, sostenuto da una scrittura interessante e da un’atmosfera capace di generare una costante sensazione di sospensione. Ma la progressiva perdita di coordinate narrative raggiunge nel finale un punto critico: più che aprire nuove possibilità di interpretazione, lascia il lettore senza una chiave sufficiente per ricomporre la storia.

Ci sono libri che scelgono deliberatamente di non spiegare tutto. Libri nei quali il mistero non rappresenta un problema da risolvere, ma una condizione permanente nella quale il lettore è chiamato a muoversi. Vestadi Filippo Polenchi, edito Alter Ego, appartiene a questa categoria, almeno nelle intenzioni. Il romanzo costruisce fin dalle prime pagine una realtà instabile, nella quale ciò che è concreto e ciò che appartiene alla memoria, alla percezione o a una dimensione più sfuggente finiscono progressivamente per confondersi.

L’effetto è straniante e, in alcuni momenti, decisamente riuscito. La scrittura è interessante, ricercata, capace di costruire immagini e situazioni senza ricorrere necessariamente a spiegazioni immediate. Anche l’atmosfera rappresenta uno degli elementi più forti del libro: c’è qualcosa di conturbante, misterioso, quasi malato, che attraversa la vicenda e che contribuisce a creare una tensione sotterranea.

È probabilmente questa la componente che ho trovato più convincente in Vesta. Polenchi sa creare una sensazione di inquietudine e sa insinuare nel quotidiano la percezione che ci sia qualcosa che non torna. La casa, i personaggi, gli eventi che si susseguono e la dimensione temporale sempre meno stabile contribuiscono a costruire un universo narrativo nel quale il lettore non può mai sentirsi completamente al sicuro.

Ma proprio questa continua sottrazione di punti di riferimento rappresenta anche il principale problema del romanzo.

Perché un racconto possa essere enigmatico senza diventare oscuro, non è necessario che offra una spiegazione definitiva, ma deve almeno lasciare al lettore la possibilità di costruire una propria interpretazione. Vesta tende invece, progressivamente, a sottrarre anche gli strumenti necessari per farlo. Le domande aumentano, gli elementi si accumulano, le coordinate diventano sempre più incerte, ma non sempre si ha la sensazione che questa complessità stia conducendo verso qualcosa.

È una differenza sottile, ma decisiva: un finale aperto non è necessariamente un finale nebuloso.

Ed è proprio il finale il punto in cui, personalmente, ho avvertito maggiormente questa difficoltà. Arrivata all’ultima parte del romanzo, mi sarei aspettata almeno una possibilità di ricomporre alcuni dei fili disseminati lungo la narrazione. Non necessariamente una soluzione spiegata, chiusa e definitiva, ma una direzione abbastanza chiara da permettere di guardare agli eventi precedenti sotto una nuova luce.

Questa direzione, invece, rimane difficile da individuare.

Il finale resta profondamente nebuloso e, più che stimolare ulteriori interpretazioni, rischia di lasciare una sensazione di incompiutezza. Non è tanto il fatto che non venga fornita una risposta univoca a rappresentare il problema: è la difficoltà di capire quali siano le domande alle quali il romanzo voglia realmente rispondere e quali, invece, siano destinate a rimanere semplicemente sospese.

A quel punto anche ciò che prima risultava affascinante può assumere un’altra forma. L’ambiguità che aveva contribuito a creare l’atmosfera del romanzo rischia di trasformarsi in una barriera. Il lettore continua a cercare un ordine, una relazione tra gli elementi, una chiave capace di dare senso alla conclusione, ma il testo sembra sottrarsi continuamente a questa possibilità.

E questo, nel mio caso, ha finito per pesare sul giudizio complessivo.

Nonostante la buona costruzione atmosferica e uno stile che presenta diversi spunti interessanti, ho trovato difficile lasciarmi coinvolgere fino in fondo da una storia che, soprattutto nella sua conclusione, non mi ha permesso di comprendere abbastanza chiaramente ciò che avevo appena attraversato. La sensazione finale non è stata quella, gratificante, di un enigma rimasto volutamente aperto, ma quella di essere rimasta fuori da una parte essenziale del significato del romanzo.

È un limite che diventa ancora più evidente perché Vesta possiede elementi che avrebbero potuto sostenere una narrazione molto suggestiva. Il perturbante, la dimensione domestica che progressivamente si incrina, la percezione di una realtà non più affidabile e il rapporto alterato con il tempo sono tutti ingredienti capaci di generare una forte tensione narrativa. Ma proprio per questo viene da chiedersi se il romanzo non finisca per affidarsi eccessivamente alla propria atmosfera, lasciando in secondo piano la necessità di dare alla vicenda una struttura interpretativa sufficientemente solida.

Il risultato è un libro che, almeno per me, funziona meglio nelle sue singole suggestioni che nel disegno complessivo. Alcune immagini rimangono, così come rimane quella sensazione di inquietudine che Polenchi riesce a costruire con efficacia. Più difficile, invece, è ricostruire a posteriori un significato unitario capace di legare davvero ogni elemento.

Vesta non è quindi una lettura che mi abbia convinta pienamente. È un romanzo con una scrittura interessante e un’atmosfera ben costruita, ma nel quale la scelta di mantenere costantemente sfocati i confini della realtà finisce, soprattutto nel finale, per compromettere la comprensione della storia.

Il mistero può essere una delle forme più potenti della narrativa. Ma perché continui a essere mistero, e non diventi soltanto confusione, deve lasciare almeno una traccia da seguire.

In Vesta, quella traccia, alla fine, l’ho cercata senza riuscire a trovarla.

Iscriviti alla newsletter settimanale per rimanere aggiornato su tutti i nostri articoli!

Lascia un commento