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Rileggendo Jane Austen, ritratto di una pre-femminista incompresa.

Il nome di Jane Austen fa riecheggiare immagini di verdeggianti campagne inglesi, tazze fumanti di te, attesa trepidante di sontuosi balli in casa e, naturalmente, matrimoni.

Il matrimonio è un tema caro e centrale nella letteratura “austeniana”. Le donne della sua epoca (siamo nella seconda metà del Settecento, inizi Ottocento) dovevano sposarsi, imperativo d’obbligo, rimanere zitelle era l’anticamera dell’esclusione sociale e, molto spesso, della povertà. Eppure, a dispetto delle sue opere, la Austen scientemente scelse di non sposarsi e di vivere del suo lavoro di scrittrice. Una risoluzione per l’epoca realmente anticonformista; e lo fece non perché non avesse spasimanti o, come spesso una certa critica letteraria maschilista sostiene, fosse brutta, anzi.

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Niccolò Fabi ha spento le voci ed acceso il pensiero: il racconto di una serata a teatro

Voce, chitarra e profondità.
Evocate e cavalcate. Visceralmente.

Niccolò Fabi ed i suoi 20 anni di carriera. Niccolò Fabi e i suoi quasi 50 anni di vita.

Accomodati su soffici e solitarie poltroncine rosse di un’intimistica e confidenziale platea, Fabi ci porta lontano e non poi così tanto.
Ci conduce sui nostri fondali, negli intrinseci cordoni del sé, tra le domande irrisolte ed irrisolvibili, sui sommergibili delle memorie malinconiche, tra i sapori e gli odori delle prime volte, squisitamente perfette ed irrimediabilmente perse, fino ai tramonti e ai sipari aperti e chiudibili.
Ma Fabi altruista musicante di parole ed emozioni ci offre lo spazio necessario ed energico della possibilità, nell’intermezzo della costruzione.

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