Sulle ali del pensiero: Serge Latouche e la decrescita

Serge Latouche ragiona su quella strada impervia e delicata al contempo che mette in comunicazione la filosofia e l’economia, due branche che sembrano distanti ma sono in grado di individuare più analogie di quanto si pensi.

A volte fornisce delle tesi estreme, che risentono del tempo in cui si vive dove dominano il trionfo della velocità e gli imperativi della tecnica; nel qui ed ora iperattivo e a tratti isterico si è perso il contatto ed il rapporto privilegiato con il pensiero, è stata accantonata la filosofia, sono stati i banditi i pensieri e le argomentazioni. Tutto in nome di ritmi frenetici che puntano alla quantità delle azioni, delle iniziative, dei sensazionalismi ed avviliscono e sviliscono la qualità. Quella prerogativa valoriale ed ideale che risponde al nome della prepolitica che premierebbe la qualità della vita, attraversa una fase di crisi, ed è addirittura rifiutata e relegata nel magazzino di memorie purtroppo considerate inutili e dannose per la società di oggi. Lo stesso termine valore oggi come oggi viene sempre accostato all’aggettivo economico.  

Lo studioso condanna l’occidentalizzazione quale religione civile e quale tendenza globale ad elevare il mondo capitalistico dell’ovest come metro di giudizio e come modello da seguire sic et sempliciter; abbiamo deciso di prendere in considerazione questo scrittore per monitorare e guardare da vicino una realtà altra rispetto a quella figlia del bombardamento mediatico pro globalizzazione e modernizzazione. Il nostro intento non  vuole portare a rinnegare le radici giudaico, cristiane e grecoromane, quelle dell’Europa civile ben descritta da Chabod, ma indurci a risvegliare le nostre coscienze per rammentare che una cosa è la civiltà, altra la civilizzazione. Il Breve Trattato sulla Decrescita Serena è stato da noi letto in lingua originale per avere un impatto preciso e lineare con una tematica che anche se ben tradotta potrebbe essere tradita, perché nel lavoro e lavorio di trasposizione ci si espone sempre a delle modifiche formali e sostanziali.

Un tradimento in fin di bene per rendere comprensibile in maniera e misura migliore la cifra del pensiero di un autore, nel momento in cui il ragionamento è specchio reale e fattivo dell’immedesimazione fra introspezione ed attività; la decrescita non rappresenta un elemento negativo, come la diminuzione in una valenza linguistica potrebbe suggerire.

Per Latouche serve un cambio reale di paradigma, qualcosa che contrasti una crescita quantitativa, improntata alla velocità e attraversata e inglobata da un’ottica meramente economica e finanziaria; un colpo d’ala per ribaltare un pianeta in piena crisi esistenziale, che ha creduto di risolvere problematiche prepolitiche attraverso i canali del denaro e del benessere. Un passo differente in grado di scardinare teorie concentrate soltanto sul libero mercato e sul profitto dovrebbe determinare una camminata diversa nell’affrontare un nuovo modo di concepire la vita, dove si recuperi il rapporto con il pensiero, la filosofia, l’antropologia, il tempo libero e la bellezza.

Semplificando un adagio di saggezza reciterebbe che si lavora per vivere e non si vive per lavorare; il denaro è divenuto inevitabilmente fine a sé stesso, ed alcune persone che hanno definitivamente perso i valori reali del vivere civile, della dignità, dell’onestà e della stretta di mano riducono tutto oramai a banconote. Il perseguimento indefinito della crescita e della ricchezza risulta incompatibile con un pianeta finto e finito e, pian piano di questo passo quando avremo cancellato la natura, la comunità, i rapporti umani, e la sana lentezza, resteremo con un’accumulazione di denaro che non ci servirà più a nulla perché lì intorno nulla è rimasto. Se Latouche ha pensato alla decrescita non lo si può accusare di autolesionismo, bisogna invece tributargli rispetto perché ha riflettuto sull’ingegneria di un freno che fermasse l’automobile prima che la stessa andasse a sbattere sul palo delle luci spente della modernità.

Lo raccomandiamo, il testo va letto con spirito critico, e partendo dall’assunto che la situazione che stiamo vivendo è insostenibile: non dobbiamo rifiutare a prescindere i venti della modernità e rinchiuderci nel museo dei ruderi dell’antichità: l’antichità vera ispirata alla bellezza è sempre altamente selezionata nei palazzi espositivi che celebrano il passato, il buono ed il cattivo, il brutto ed il bello fanno parte di tutte le epoche. L’uomo resta al centro dell’attenzione, e la persona deve tornare a pensarsi e a pensare, magari staccando le pupille dagli affari televisivi contenuti in quei quadratini tra le nostre mani, piccole televisioni portatili che ci stanno rubando il tempo, lo spazio ed il cervello. Lo scrittore evidenzia quanto la pubblicità stia condizionando l’umanità nel determinare i bisogni indotti, ovvero quelle aspettative che non albergano dentro di noi, ma che, i mezzi di comunicazione di massa ci impongono, facendoci ambire a desideri che non pensavamo nemmeno di avere, e che infatti non avevamo. Sempre dandoci del tu, gridando, in quanto il volume si alza immediatamente al suono degli spot, e sempre ponendoci imperativi con il sorriso sulle labbra.

E’ necessario il ritorno alla riflessione, perché conoscendo meglio noi stessi comprenderemo le nostre interazioni e i nostri obiettivi; con l’arma della cultura combatteremo le teorie economiche che, a volte, sono missili che si scagliano sulle idee costruttive. Per decrescere verso una crescita interiore ed umana sembra urgente rifondare la politica, e per sancire il suo rinascimento è inevitabile un ritorno alla prepolitica.

I valori devono animare il lavoro intellettuale e manuale e lo stesso tempo libero che serve a produrre bellezza, cultura, divertimento, condivisione di saperi e di sapori, il tutto nel ricupero del rapporto con l’ambiente, la natura e quel lato selvatico della natura, dal quale l’uomo industrializzato pare essersi allontanato del tutto.

Una economia davvero felice ha il dovere di soddisfare le esigenze delle persone, delle famiglie e delle comunità, essendo la gestione dei beni materiali un mezzo e non uno scopo.

La vita tutta è un grafico costi e benefici, ed allora per ottenere risultati bisogna sudare con la fronte, ma anche sapersi arrestare nel momento giusto e comprendere che la fatica va anche spesa per la totalità esistenziale: la famiglia, i figli, il contesto spazio-temporale, la fede, gli amici. La politica deve governare l’economia e non il contrario, la politica deve essere guidata dalla prepolitica, ispirata dalla fede e dai valori universali, dedicata alla comunità.

Il piccolo trattato da tanti spunti per un cambio di passo, produce e moltiplica idee, contiene un vademecum per individuare un compromesso sano fra localizzazione e globalizzazione e un antidoto alle depressioni, agli stress e alla scontentezza: la parola magica è contenuta in un verbo, rallentare!

 

Immagine: https://www.flickr.com/photos/cinemich/3687886648/

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