“Conte che vai, Conte che vieni”: la Terza Repubblica e il Governo giallo – verde

“Conte che vai, Conte che vieni”. Dopo una settimana di fibrillazione e la parentesi lampo di Carlo Cottarelli, il giurista ce l’ha fatta. È diventato ufficialmente il Premier del nuovo Governo gialloverde, che ha giurato davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È stato un travaglio lungo e sofferto, quello che ha portato alla nascita della tanto attesa Terza Repubblica, durante il quale Mattarella è stato accusato di impeachment per aver detto “no” alla nomina di Paolo Savona al Ministero dell’Economia. La colpa sarebbe stata quella di aver esercitato una delle sue prerogative.

Al secondo paragrafo dell’articolo 92 della Costituzione si legge che la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di quest’ultimo, dei ministri spetta al Presidente della Repubblica, che ha dunque l’ultima parola. Mattarella ha perciò applicato la Costituzione e, allo stesso tempo, ha tenuto conto del contesto internazionale. Come Stato membro dell’Unione europea, infatti, l’Italia ha il dovere di dare attuazione al diritto comunitario. Le posizioni euroscettiche di Savona avrebbero potuto mettere a rischio la sua corretta e completa osservanza, anche se – come dichiarato dallo stesso economista – nel contratto di Governo non si è mai parlato di un’eventuale uscita dell’Italia dall’Euro o di venir meno agli impegni europei. Ma resta il fatto che l’agitazione dei mercati è stato un segnale importante, di fronte al quale il Presidente della Repubblica non ha potuto far finta di niente.

Il Quirinale ha poi avvertito Matteo Salvini, ora vicepremier e Ministro degli Interni, sulle politiche migratorie. Il leader della Lega ha però annunciato un imminente taglio dei cinque miliardi di euro spesi dal nostro Paese per l’accoglienza (cinque miliardi!). Il rischio che l’immigrazione – con l’estate alle porte e la probabile impennata degli sbarchi – diventi il trampolino di lancio del nuovo Governo è concreto, mentre la nomina di Savona al Ministero per gli Affari europei, in cui l’economista non potrà operare senza una delega del Governo, potrebbe rivelarsi un compromesso di scarso successo. La sua presenza nella squadra di Governo e l’affidamento di quel Ministero, potrebbe comunque essere un asso nella manica per far capire all’Europa che l’Italia – quando necessario – è pronta a far valere le proprie ragioni. È chiaro che l’UE ha bisogno di una reale integrazione politica, perché quella economica abbia davvero successo. Resta da capire quindi come e in che termini l’Italia vorrà giocare questa partita.

Nel frattempo, dopo le imbarazzanti dichiarazioni rilasciate da Jean Claude Juncker, a capo della Commissione europea, che ha consigliato agli italiani di «essere meno corrotti e di smetterla di accusare l’Europa», c’è maggiore distensione sui mercati. La priorità del nuovo Governo – come ha dichiarato Carlo Cottarelli incaricato di vigilare sui conti dello Stato – dovrebbe essere l’elevato debito pubblico.

In assenza di una dialettica politica costruttiva e di un’opposizione capace, nessuno ha però spiegato agli elettori, che hanno dato il proprio voto al Movimento Cinque Stelle e alla Lega, come conciliare la flat tax, il reddito di cittadinanza o il piano di rimpatri (solo per citare alcuni punti del programma elettorale dei due partiti) con un controllo della spesa pubblica. L’Europa non potrebbe neppure continuare a chiudere un occhio sui nostri conti, come ha fatto in passato in cambio di un maggiore impegno dell’Italia con i flussi migratori.

Allora, la speranza è che, al di là del populismo, la “nuova” classe dirigente sia davvero intenzionata a fare il bene del Paese.

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