“Giù fino al fiume” di Elizabeth Gilbert: attraversare il dolore per tornare a sé stessi
Giù fino al fiume
“Giù fino al fiume” di Elizabeth Gilbert, edito da Giulio Einaudi Editore, è un romanzo dalle sfaccettature complesse, attraversato dalla perdita, dal silenzio, dagli errori e dalle contraddizioni del lutto.
L’autrice di “Mangia, prega, ama”, il romanzo che l’ha resa celebre, intraprende qui un viaggio doloroso nella vulnerabilità e nella sofferenza, ma anche nella disintossicazione e nella riscoperta di sé. Un viaggio che attraversa l’amore e la dipendenza, la malattia e la morte, fino a interrogarsi sulla possibilità di tornare a vivere dopo aver conosciuto il dolore più profondo.
Perché ci vuole un grande coraggio per morire, ma forse un coraggio ancora più grande per vivere, prima di potersi un giorno incontrare di nuovo giù al fiume.
«Se sei molto fortunata, diceva Rayya, potresti trovare una persona, solo una, nel corso della tua intera vita, che ti accompagnerà fino all’East River. È la persona che sa tutto di te, con cui non potresti mai fingere, anche se ci provassi. Rayya mi diceva che ero io, la sua persona con cui spingersi giù fino al fiume».
Ma chi conosce New York sa che l’East River e le strade che vi conducono non sono esattamente luoghi ameni e sicuri. Si comprende allora perché, quando Elizabeth scopre che l’amica e amante Rayya è affetta da una malattia ormai in stadio avanzato, le due inizino a chiamare «il fiume» proprio la morte.
Un luogo difficile da raggiungere, e ancora più difficile da attraversare. Un luogo verso il quale accompagnare chi si ama nel modo più intenso e profondo in cui si possa amare.
La storia di Elizabeth e Rayya, però, non è soltanto una storia d’amore e di morte. È anche una storia di ossessione e dipendenza: dalle sostanze, dall’affetto, dal sesso e dai corpi. Perché quando l’orizzonte della fine si avvicina, ogni limite sembra destinato a perdere il proprio significato, persino quello che dovrebbe proteggerci dalla possibilità di farci del male.
È una relazione burrascosa, appassionata e profondamente complessa, quella tra due donne accomunate dall’amore ma anche da dipendenze che entrambe faticano a governare.
«Come cavolo sono arrivata qui? Ecco una domanda che credo tutti, a un certo punto, si vedano costretti a porsi durante il loro passaggio in questa vita. Forse addirittura più volte, in più circostanze. Perché chi fra noi non si è mai perduto, con suo grande imbarazzo? Chi non si è mai ritrovato in scenari paurosi, estranianti, abietti e desolanti? Chi non ha avuto segreti o non è stato tradito o non ha provato a controllare il comportamento altrui? Chi non ha desiderato ardentemente di fuggire dalla sofferenza? E chi non ha fatto ricorso a sostanze, persone, comportamenti o distrazioni capaci di offrire una tregua momentanea dalle sofferenze che sono parte integrante della nostra esistenza?
Io credo che una persona “affetta da dipendenza”, come la chiamiamo comunemente, sia solo la versione esasperata di tutti noi: qualcuno che cerca con accanimento un sollievo dai tormenti della vita, ed è pronto a usare qualsiasi cosa (o qualsiasi persona) possa lenirli».
Ma chi era Rayya?
Nata in Siria, cresciuta a Detroit e forgiata a New York, nel Lower East Side.
Rayya è una presenza che, pagina dopo pagina, assume una dimensione quasi mitologica, ma che Gilbert cerca continuamente di ricondurre alla sua umanità, alle sue contraddizioni, alle sue ferite.
«Rayya: selvatica figlia minore che i genitori, immigrati tradizionalisti che lavoravano sodo, non riuscirono mai a capire. Che era del tutto ingovernabile. Che detestava lo studio, detestava il lavoro. Che era una figlia amorevole e affettuosa, ma anche disubbidiente al massimo. Che era un’attrice radiosa – un clown, una stella – col viso sempre inondato di luce. Rayya: che si descriveva come un’ex drogata, ex criminale, postpunk, fascinosa lesbica mascolina».
Ma “Giù fino al fiume” non è soltanto il ritratto di Rayya. Forse, il suo cuore più autentico è proprio Elizabeth Gilbert.
L’autrice entra nella storia della compagna scomparsa con il desiderio di raccontarla e, quasi inevitabilmente, finisce per raccontare sé stessa. Lo fa attraverso le poesie disseminate lungo il libro, ma soprattutto attraverso le parole, i pensieri, le paure, le ossessioni e i silenzi.
E allora incontriamo Lizzy.
«Se questo fosse un incontro del gruppo dei dodici passi che frequento regolarmente, e se stessi parlando delle mie dipendenze, esordirei così: Ciao, mi chiamo Lizzy, e soffro di dipendenza sessuale e affettiva.
Se volessi entrare più nello specifico, potrei aggiungere: Sono anche preda di ossessioni romantiche, dipendente dalle fantasticherie e dall’adrenalina, una complice all’ennesima potenza, e un codipendente inconsulta».
È uno dei passaggi più significativi del libro, perché Gilbert sceglie di non proteggersi. Non racconta soltanto la persona che ha amato, ma espone sé stessa, le proprie fragilità e le proprie dipendenze, mettendo in discussione l’immagine della donna che ha saputo trasformare la propria sofferenza in una storia di successo.
“Giù fino al fiume” parla delle dipendenze senza edulcorarle e senza cercare di renderle più accettabili al senso comune. Le racconta con una lucidità quasi spietata, mostrando come possano assumere forme diverse e insinuarsi nei territori più intimi dell’esistenza.
Ed è proprio questa sincerità a permettere al lettore di entrare nel cuore pulsante del libro e delle sue protagoniste, riconoscendo aspetti che spesso scegliamo di non vedere, ma che esistono intorno e dentro di noi.
«Il sesso per me è sempre stato il modo più veloce e diretto per sentirmi scelta davvero, ma in realtà quello che cerco nei miei incontri è amore, attenzione, conferma e approvazione (LAVA – love, attention, validation, approval – nel gergo del programma di recupero), tutte cose che a volte gli altri possono procurare, e senza le quali spesso ho avuto l’impressione che sarei morta, nel vero senso della parola. Ragione per cui ho passato tutta la vita cercando quella persona magica che mi avrebbe capita e salvata, subito o più avanti.
Le situazioni in cui sono andata più vicina al suicidio sono nate tutte dalla mia dipendenza sessuale e affettiva, e sono anche quelle in cui sono andata più vicina all’omicidio».
È così che l’incontro tra Rayya e Liz assume una dimensione quasi inevitabile: due anime affini, due donne ferite, due persone che cercano nell’altra qualcosa che da sole non riescono ancora a trovare.
«Quando Rayya e Liz si misero assieme, il risultato fu una coppia di persone affette da una dipendenza non trattata, in lenta rotta di collisione».
Eppure, al di là di ogni diagnosi e di ogni definizione, la loro è e rimane una storia d’amore.
In Rayya, Liz scopre la libertà di poter essere finalmente sé stessa, di smettere di guardarsi le spalle, di controllare gli altri e di cercare continuamente di prevederne le reazioni. Accanto a lei la paura sembra scomparire. Liz trova una sicurezza che non aveva mai conosciuto.
Ma anche quella sicurezza, lentamente, si trasforma in dipendenza.
«Come assicurarmi che Rayya non andasse mai via? Come assicurarmi che non mi sarei più ritrovata nella tundra deserta, spezzata dal vento, pervasa di paura e di ansia in cui avevo lottato da sola per anni?»
Poi il tempo cambia direzione.
Arriva la ricaduta di Rayya nella dipendenza dall’alcol, che riaffiora nonostante Liz scelga, almeno inizialmente, di non vedere. E poi arriva il 25 aprile del 2016, quando Rayya comunica a Liz che le sono stati diagnosticati dei tumori al fegato e al pancreas.
Da quel momento cambia anche la natura del racconto.
La narrazione si modifica insieme al dolore. Le pagine d’amore iniziano lentamente a trasformarsi in pagine di malattia, paura e sofferenza.
E se la diagnosi, almeno all’inizio, sembra produrre nelle due donne una voglia spasmodica di vivere quella storia appena nata e di aggrapparsi alla vita, progressivamente ciò che emerge è il lento e inesorabile cammino verso la morte.
Arrivano la chemioterapia, il dolore che si trasforma in rabbia, la nausea che alimenta la paranoia.
«A un certo punto dell’estate 2017 (ero troppo agitata e confusa per annotare la data esatta) scrissi sul mio diario: “Gesù Cristo, ti prego, salvami, cazzo!”»
L’euforia iniziale lascia così spazio a un concentrato di infelicità, pericolo, degradazione e droghe. E Liz comincia a concepire un pensiero terribile: forse sarebbe meglio uccidere Rayya, mettere fine a quella sofferenza e liberarsi da un dolore diventato ormai insostenibile.
Gli insulti di Rayya, che la definisce «uno schifoso esempio di fallimento» per il modo in cui si prende cura di lei, contribuiscono a trascinarla sempre più vicino al crollo.
Fino a quando Liz comprende una verità forse semplice, ma impossibile da accettare: da sola non può fare tutto. Non può salvare Rayya senza rischiare di perdere sé stessa.
«Pensiamoci: Rayya Elias, l’unica persona al mondo che mi avesse mai fatta sentire del tutto al sicuro, ora mi si era rivoltata contro ed era diventata la persona più pericolosa della mia vita.
Non sembra un po’ troppo calzante per essere casuale?
Sì, era un incubo. Ma forse era un incubo perfettamente congegnato, orchestrato da un potere più grande di me, che preannunciava la possibilità di un risveglio. In altre parole, forse questo incubo non era capitato a me ma per me».
È forse in questo passaggio che “Giù fino al fiume” smette definitivamente di essere soltanto una storia d’amore, di malattia e di perdita e diventa una riflessione sulla possibilità di salvarsi.
Perché amare qualcuno non significa necessariamente poterlo salvare. E, soprattutto, non significa dover morire insieme a lui.
Il fiume diventa allora una metafora ancora più profonda. È il luogo verso cui Rayya e Liz immaginano di dirigersi insieme, il nome che danno alla morte, ma è anche qualcosa che Liz deve imparare ad attraversare da sola.
“Giù fino al fiume” parla di legami, di amore e di dipendenze, ma soprattutto della possibilità di liberarsi. Di scoprire che il coraggio non può essere delegato, che la salvezza non può essere affidata completamente a un’altra persona e che persino l’amore, quando si trasforma in bisogno, può diventare una prigione.
Quel fiume nel quale ritrovarsi dopo la morte è anche il fiume che bisogna attraversare nei suoi liquami più turbolenti, per scoprire di essere capaci di un coraggio nuovo e continuare a vivere senza cercare nell’altro la salvezza e la forza che dovremmo invece imparare a trovare dentro noi stessi.
Elizabeth Gilbert racconta così la storia di una donna che accompagna la persona che ama verso la morte e, nello stesso tempo, deve imparare a tornare verso la vita.
Rayya è la persona con cui spingersi giù fino al fiume.
Ma il viaggio più difficile è quello che Liz dovrà compiere dopo: tornare indietro, attraversare il dolore e imparare, finalmente, a vivere senza avere più bisogno di qualcuno che la salvi.
Perché forse il fiume non è soltanto il luogo in cui tutto finisce.
A volte è il luogo che dobbiamo attraversare per poter ricominciare.