Hamnesia: intervista alla band romana.

Hamnesia

La band romana Hamnesia pubblica il nuovo singolo, una rivisitazione del brano tratto dal primo album ‘Metamorphosis’. Prog-rock che unisce passato e presente, in un pezzo che parla delle paure.

Nati nel 2015, autori di Metamorphosis nel 2017, gli Hamnesia sono una delle formazioni più promettenti del panorama progressive nostrano. Tanti concerti – dall’apertura per il Banco del Mutuo Soccorso alla partecipazione al FIM – e numerosi ascolti hanno consentito al quintetto di passare da un originario prog-metal all’attuale proposta artistica, che si rifà ai canoni del prog anni ‘70 inglese e italiano, aprendosi però a influenze contemporanee che rendono gli Hamnesia personali e accattivanti. Nel 2018 gli Hamnesia sono in tour con un progetto di rivisitazione del tour del 1979 di Fabrizio de Andrè con la PFM, l’anno scorso cominciano a lavorare a un progetto ambizioso e articolato: decidono di scrivere, arrangiare e rappresentare sul palco una sorta di “romanzo giallo”, un’opera teatrale raccontata in musica, cambiando la lingua dall’inglese all’italiano.

Attualmente gli Hamnesia sono al lavoro sul secondo disco, frutto di tutte le esperienze e dei differenti ascolti accumulati e assimilati da quattro anni a questa parte.

Formazione

Livia Montalesi – Voice / Violin
Francesco Marchetti – Drums
Lorenzo Diana – Electric / Acoustic Guitar
Andrea Manno – Bass / Fretless Bass
Matteo Bartolo – Keyboards

  • “Onirikon” è il vostro nuovo singolo. In realtà è la riproposta di un brano contenuto nell’album di debutto “Metamorphosis”. Perché avete deciso di rilanciarlo?

LORENZO: Per noi questo brano ha un grande valore, è infatti il primo pezzo scritto “da gruppo” tutti insieme in una formazione stabile, con un obiettivo comune e tanta voglia di fare musica. Proprio da questo nasce la nostra decisione di proporlo a distanza dall’uscita dell’album, in quanto rappresenta a pieno quelli che sono stati gli Hamnesia al lavoro sul loro primo disco.

ANDREA: Come già accennato da Lorenzo, è il primo brano che abbiamo scritto veramente come “gruppo”, come un’entità unica e democratica; fino ad allora, i brani che avevamo elaborato erano frutto per lo più di idee dei due membri fondatori della band che noi poi rimaneggiavamo, in quanto la formazione si stava ancora definendo e stabilizzando. È stato un processo molto naturale: io arrivai in sala con il giro iniziale di basso, lo iniziai a suonare, agli altri piacque, e con una prova avevamo quasi completato lo scheletro principale del pezzo. Fu un vero e proprio brainstorming di idee.

MATTEO: Credo che sia il brano con cui abbiamo iniziato la nostra evoluzione come band progressive. Si potrebbe dire che è un brano che come sonorità sta esattamente a metà tra quelle di Metamorphosis e del nostro prossimo lavoro.

LIVIA: Onirikon è un brano diretto e incisivo, due qualità che lo rendono a mio parere molto adatto al ruolo di singolo. Si tratta inoltre di un brano dal contenuto intimo e riflessivo, che contiene in sé significati molto facilmente condivisibili con l’ascoltatore. Altra qualità che secondo me lo rende un pezzo molto adatto al pubblico è la particolarità del passaggio quasi inaspettato dalla prima parte, più raccolta e quasi sospesa nello spazio, alla seconda, decisamente più aggressiva ed energica.

  • Nel video le ombre attraversano i muri, diventano suono e silenzio. Il brano racconta di una persona che schiava della paura attende la morte, la stasi definitiva. Come nasce il testo e successivamente il video?

LIVIA: Il testo e il significato dell’album in sé nascono anche dal bisogno di esorcizzare una paura che contraddistingue un po’ quella che è la nostra specie. Da quando è nato l’uomo è alle prese con una lotta silenziosa contro il vuoto, il baratro, contro il senso di inadeguatezza e impotenza davanti al quale si trova ogniqualvolta non riesca a dare una spiegazione a ciò che lo circonda. A mio parere la paura della morte riassume e contraddistingue l’essenza stessa dell’uomo da questo punto di vista, come la contraddistingue anche l’intenso bisogno di trovare a tutti i costi un appiglio, un’ancora di salvezza contro l’horror vacui; bisogno che spesso questi si trova a dover soddisfare a discapito però della propria libertà.

LORENZO: Il tutto deriva da un momento di introspezione, perché la situazione che viene descritta è uno status abbastanza comune nella vita di ognuno, soprattutto se sei un ragazzo; ti senti un po’ autorizzato ad avere questo sentimento. Ma ancora più che in questo frangente il senso di paura e di stasi che abbiamo trasfuso qui era dovuto ad una grandissima passione che avevamo per la musica e tutto quello che concerneva e non poterlo realizzare per “mancanza di personale”. Forse è per questo che un vero e proprio momento di “reazione” è presente in questo brano, perché essendo riusciti a trovare una stabilità tra di noi sentivamo di poter andare avanti, lungo tutto il percorso che è stata anche per noi una metamorfosi.

ANDREA: Il videoclip nasce invece con un’idea più “estetica” che altro, volevamo qualcosa che rispecchiasse il mood onirico e sospeso del brano, con giochi di colori e inquadrature ravvicinate. Abbiamo poi deciso di dare spazio alle ombre, una delle migliori rappresentazioni di come si sente una persona schiava della paura, che non attende altro che la morte: invisibile, spesso in disparte, e incapace di agire sul mondo reale. Al giorno d’oggi non ci rendiamo conto di quante persone si sentano ombre, e come società non sento che stiamo facendo grandi sforzi per aiutarle a uscire da questa situazione, il che è alquanto grave, secondo me.

  • La paura atterrisce impedendo qualsiasi azione. A cosa può afferrarsi un uomo per non cadere?

MATTEO: La paura è un sentimento che crea una specie di gabbia intorno all’uomo. È normale avere paura, nella vita capita spesso, e credo di aver capito che la cosa da evitare non sia l’avere paura in sé, ma l’avere paura e trovarsi soli contemporaneamente. La solitudine e la paura, infatti, si alimentano a vicenda e portano l’uomo alla depressione. Penso che la sola cosa a cui può affidarsi l’uomo sia la mano di un amico, di una persona vicina, che ti aiuta a rialzarti ogni volta che si cade. Perché nella vita si cade spesso, si affrontano momenti difficili e di grande dolore: è in quei momenti che bisogna alzare lo sguardo e non chiudersi nella solitudine, ma fidarsi di chi ti è vicino e di chi vuole il tuo bene. E la serenità tornerà.

ANDREA: Non lasciare che la paura ci allontani dagli altri, che ci faccia diffidare di chi può invece essere un’ancora di salvezza dal sentirsi un’ombra, e parallelamente dedicarsi a quello che ci piace può farci riscoprire il motivo per cui vogliamo vivere, per cui ogni singolo giorno va vissuto al meglio per non sprecare questa opportunità chiamata vita.

LORENZO: Potrà sembrare banale e probabilmente lo, ma l’unico modo per far sì che la paura non impedisca di andare avanti è continuare a camminare. Anche se si pensa di poter fallire, penso che se si crede veramente in quello che si sta facendo e ci si impegni costantemente per raggiungerlo, prima o poi qualcosa succederà. Certo poi questa non è una formula magica, si potrà fallire: ma per lo meno con la consapevolezza di non essersi fermati al primo ostacolo.

LIVIA: A parer mio, paradossalmente il modo migliore per non “cadere” non è tanto afferrarsi a qualcosa in questo caso, ma è guardare attraverso la paura stessa, definirla, comprenderla. Le nostre paure parlano di noi, e l’unico modo per far sì che spariscano è cercare di conoscerci ed essere maggiormente consapevoli del significato che queste hanno per noi stessi. Paura e conoscenza non sono mai andate molto d’accordo dopotutto.

  • Attualmente siete al lavoro per il secondo disco; che sonorità faranno parte di questo nuovo lavoro?

MATTEO: Si può dire che stiamo veramente rivoluzionando il nostro sound. I brani di questo disco che abbiamo scritto sin qui non mancano di complessità, ma sono contento di poter sottolineare che si tratta di brani con una struttura riconoscibile, che un ascoltatore di buona musica non progressive può apprezzare. Si tratta di brani che arrivano più in pancia, a tratti più nel cuore.

ANDREA: Vogliamo lasciare tutti a bocca aperta, regalare ai nostri fan e non un prodotto davvero originale e ambizioso, cosa che ai giorni nostri, soprattutto nel nostro genere, fatico a riscontrare. Testi in italiano, nuova formazione, tantissimi generi musicali, una storia degna di tale nome e una cura maniacale per ogni aspetto della composizione. Queste sono solo alcune delle cose che dovrete aspettarvi dal nostro nuovo lavoro. Si capisce che non vediamo l’ora di farvelo ascoltare?

LORENZO: Molte. Puntiamo veramente tanto su questo aspetto, e vogliamo che il risultato sia quanto più variegato possibile, mantenendo comunque una coerenza. Avere una storia con molti personaggi ti aiuta a definire generi precisi per ognuno di loro, per poi reinventarsi in qualcosa di originale ma comunque riconoscibile. Siamo ancora in piena fase di brainstorming per tantissimi aspetti di questo concetto, ma già componenti folk, pop, dance e jazz si stanno amalgamando in un qualcosa che a noi piace molto, e che non vediamo l’ora di condividere.

  • Un traguardo che come band vi piacerebbe raggiungere?

LORENZO: Penso che per la situazione che il nostro paese sta attraversando una grandissima cosa sarebbe anche soltanto una suonata in sala prove, per riscoprire un po’ di buona vecchia musica in compagnia. Ma scherzi a parte, quando si parla di traguardi nella musica a mio avviso si parla quasi sempre di fuochi fatui: a noi non interessa partecipare a chissà quale festival o trasmissione televisiva. Personalmente mi riterrei soddisfatto della nostra “prog opera” se si riuscisse a portarla sulla scena di un teatro, con un pubblico realmente interessato e partecipe di quello che si sta inscenando.

Trovo infatti molto buffo come un gruppo passi moltissimo tempo a scrivere un testo, magari anche un buon testo, in una lingua straniera (come abbiamo fatto anche noi in Metamorphosis!), e poi quello stesso testo passi in secondo piano sia tra gli ascoltatori nostrani e gli spettatori dei concerti: durante i live a malapena ci sentiamo bene tra noi musicisti, figuriamoci il pubblico! E da qui la nostra scelta di un secondo disco in italiano.

Quindi ecco, se dovessi scegliere un traguardo direi quello di vedere un lavoro apprezzato a 360 gradi, nelle sue melodie ma anche nel messaggio che vuole mandare, che arrivi chiaro ed immediato, e il teatro e sicuramente un mezzo valido a cui ci vogliamo affacciare.

LIVIA: A mio parere il maggior traguardo che possiamo raggiungere è quello di suscitare sentimenti ed emozioni nell’ascoltatore, di renderlo attivamente partecipe di ciò che vogliamo raccontargli, far sì che si appassioni, e che nel migliore dei casi si identifichi con i personaggi, le storie, le situazioni che stiamo raccontando.

MATTEO: Proporre il nostro disco nei teatri e suonare insieme a una compagnia teatrale che recita il nostro concept album. Infatti abbiamo scritto una storia vera e propria, che è il soggetto e il filo conduttore di tutte le canzoni. Si tratta di un giallo. Ci piacerebbe avvicinare un pubblico più ampio al nostro genere proprio tramite uno spettacolo teatrale: la musica è strettamente collegata con ciò che succede nella storia, per fare un esempio se trasmette concitazione è perché la situazione in scena è concitata, proprio come avveniva nelle opere di musica classica. Potremmo dire che il nostro prossimo album sarà un mix tra un’opera e un più moderno musical.

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