Il Giappone di Amélie Nothomb in “Né di Eva né di Adamo”: la difficile arte di sentirsi a casa

Né di Eva né di Adamo

Né di Eva né di Adamo

“Né di Eva né di Adamo” di Amélie Nothomb, edito da Rizzoli, con leggerezza ci racconta una nuova faccia del Giappone: quella vissuta da chi in quella terra è nata ma non vi ha trascorso la propria vita e, proprio per questo, si ritrova a dover costruire — e ricostruire — la propria identità.

Amélie torna dopo sedici anni in quella terra che l’ha vista nascere e in cui ha trascorso la sua infanzia. È forse convinta che quel ritorno possa ricucire qualcosa di strappato, di interrotto, ma nulla coincide con ciò che immaginava. In quella terra è come un’estranea, una turista che deve apprendere, prima di tutto, la lingua. Come farlo? Dando, a sua volta, lezioni private di francese a Rinri, uno studente poco più giovane di lei.

Le prime lezioni sono goffe, piene di equivoci culturali, ma da quegli incontri nasce una relazione fatta di rituali, gite e discussioni su Hiroshima e Marguerite Duras. Attraverso Rinri, Amélie riscopre il Giappone che ama, un Paese familiare eppure inaccessibile. E, sebbene lei non sia una turista qualsiasi, resta comunque una gaijin, straniera anche nel luogo che più sente suo.

Ciò che prova per Rinri non è ai, amore, ma koi, diletto, «una parodia dell’amore». Per lui, invece, quel legame prende una forma più seria e, quando le chiede di sposarlo, Amélie deve scegliere se legarsi a lui o dedicare la propria vita alla scrittura.

Rinri è da subito affascinato da Amélie e lo stesso accade alla giovane donna. Mentre il ragazzo appare fin dall’inizio innamorato, entusiasta e in cerca di un futuro, lei accetta la sua piacevole compagnia. Forse, in qualche modo, lo illude anche, ma non si lascia inebriare dalla passione.

«Io non parlavo mai di amore. Lui lo faceva spesso e allora mi affrettavo a cambiare discorso.»

Rinri è il modo attraverso cui vivere il Giappone, forse per scoprire che quella terra è anche la sua e che un posto nel mondo, per lei, c’è.

Nel romanzo seguiamo Amélie mentre scopre tradizioni, luoghi e abitudini del Paese, un desiderio di conoscenza che Rinri asseconda con naturalezza, regalandole esperienze autentiche. È curioso, però, che proprio lui finisca per rappresentare anche una sorta di eccezione rispetto agli stereotipi della cultura giapponese: preferisce la Coca-Cola al tè verde, ama la cucina internazionale più di quella tradizionale, viaggia spesso ma sempre da solo e senza macchina fotografica.

Amélie vive quella relazione con la leggerezza con cui, forse, andrebbero vissuti i vent’anni, mentre per Rinri è il primo vero amore.

«Notando che tutt’attorno la generosità degli offerenti veniva ricompensata con affettuose manifestazioni di gratitudine, non volli essere da meno. Mi piaceva l’idea di copiare le reazioni delle mie vicine.»

Quello che Amélie prova nei suoi confronti è un affetto sincero e profondo. Ma viene spontaneo chiedersi: avrebbe continuato a frequentarlo se non fosse stato giapponese? Probabilmente no. Rinri rappresenta la possibilità di entrare davvero in contatto con quella cultura, di attraversarla dall’interno e comprenderla oltre la superficie.

«Lui probabilmente sapeva che per lui provavo koi e non ai – parola talmente bella che a volte rimpiangevo di non poterla usare. […] Tra queste due parole, koi e ai, non c’è una variazione di intensità, c’è un’incompatibilità di fondo. Ci innamoriamo mai di coloro per i quali abbiamo una predilizione? Impensabile.»

Grazie a quella relazione Amélie entra in contatto con molti aspetti della società giapponese, soprattutto attraverso gli amici di Rinri e i rigidi codici sociali che regolano i rapporti tra le persone. Lei stessa, quasi senza volerlo, viene investita del ruolo di “conversatrice”, scoprendo quanto ogni dettaglio della socialità giapponese sia codificato.

«Costui riceve un fascicolo con la disposizione dei posti a tavola e i nomi degli invitati. È compito suo informarsi su ognuno di loro, nei limiti della correttezza.»

Tra le pagine più intense del libro c’è sicuramente l’incontro di Amélie con il monte Fuji. È un momento profondamente catartico, in cui la montagna diventa il luogo del confronto con il limite, con la paura e con la morte. In quell’esperienza estrema prevale però l’istinto di sopravvivenza, più forte del freddo, del buio e dello smarrimento. Chissà se è stato proprio quel momento a cambiare il corso della sua vita.

Dopo la proposta di matrimonio di Rinri e una breve esperienza nel mondo aziendale giapponese, Amélie comprende infatti che è arrivato il momento di restare fedele a se stessa, inseguendo quel bisogno di libertà e quella vocazione alla scrittura che non ha mai smesso di appartenerle.

«Che storia singolare, che pasticcio assurdo: non aveva forse la più bella nuca che si possa immaginare, i modi più squisiti, non stavo benissimo in sua compagnia, al tempo stesso intrigata e a mio agio, il che probabilmente rappresentava l’ideale della vita in comune? Non apparteneva al paese che amavo più di ogni altro? Non era l’unica prova che quell’isola adorata non mi respingeva?»

Né di Eva né di Adamo si muove dentro quell’età in cui tutto sembra ancora intero e invece è già frammentato. È il momento in cui ci si può sentire appartenere a qualcuno, a un Paese, a un destino, oppure scegliere di rompere quella forma e restare fedeli alla propria libertà.

«Ho ventitré anni e non ho ancora trovato niente di quello che cercavo. È per questo che la vita mi piace. È bello a ventitré anni non aver scoperto la propria strada.»

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