Intervista al poeta Stefano Labbia: “Abbiamo tutti quanti dei Giardini Incantati”

Stefano Labbia, classe ’84, ha pubblicato da poco la silloge poetica, intitolata “I Giardini incantati”, edita da Talos Edizioni. Si tratta di una raccolta di liriche del giovane scrittore romano, che ha composto e raccolto le poesie scritte di suo pugno degli ultimi cinque anni.

Questa è la sua seconda raccolta di poesie, dopo la pubblicazione nel 2016 della prima, dal titolo “Gli Orari del Cuore”.

Su di lui dicono: «(…) La sua scrittura (del Labbia) snella, diretta e giovane come i suoi trent’anni è una breccia che sconvolge il lettore. Una lettura sulla quale specchiarsi e scombinare i capelli alle convinzioni preesistenti sull’amore, sul tempo, sulle occasioni e sulla natura di certi amori. (…)» L’altrove. Appunti di poesia.

Ho avuto il piacere di leggere la sua opera e di intervistarlo.

  • Ciao Stefano. Come è nato il desiderio di scrivere poesie? È qualcosa che facevi fin da bambino?

Innanzitutto grazie per questa fantastica opportunità! Che io ricordi ho sempre scritto, sin da quando ho imparato a tenere una penna in mano. È prima di tutto un piacere, una valvola di sfogo e una passione. Amo condividere quello che provo, quello che sento. Quello che vedo.

  • Con le tue poesie vuoi semplicemente comunicare la tua visione del mondo oppure lasciare a chi legge un messaggio più recondito?

Io non do mai risposte. Ma cerco di dare / fare domande ai lettori… Il mio obiettivo è mettere nero su bianco i miei dubbi, quello che sento, quello che vivo, le mie emozioni, specialmente nelle poesie dove tutto è reale e non c’è finzione, da parte mia.

  • Parlando della tua silloge poetica, dal nome “I Giardini Incantati”, ho avuto modo di vedere che è anche il titolo della prima poesia di apertura del libro. C’è una scelta dietro la decisione di dare alla tua raccolta di liriche questo nome?

Si. Così come è voluto l’iniziare ed il chiudere con una poesia che rievoca quei giardini che d’incanto hanno il non esser reali. Situazioni vissute, donne da amare, amici – che amici non erano – persi per strada. E ancora amor filiale, amor di sangue, carnale. Le emozioni umane, rievocate, rivissute, immaginate, sognate, desiderate. Sono lì, potenti, vivide. I nostri ricordi, la nostra memoria… Quanti errori evitati… quanti sbagli non commessi… se solo chiudessimo gli occhi, una volta al giorno, per rivivere tutte quelle situazioni in cui, ciclicamente incappiamo da una vita. Abbiamo tutti quanti dei Giardini Incantati dove passeggiare all’ombra di un amore. Travolti dal vento dei ricordi.

  • Le donne spesso sono protagoniste delle tue poesie. Sono vere o partorite dall’immaginazione?

Alcune vere. Altre sognate in virtù di amori platonici. Ma la verità c’è comunque perché sentita nel cuore.

  • Raccontando le donne ho notato che la maggior parte di esse assumono un aspetto ingannevole. È qualcosa che riscontri nella tua esperienza con il mondo femminile anche nella realtà che vivi?

Amo e ho amato le donne, cui dedico anche questa silloge. Sono il centro del mondo. Muovono il mondo.

  • Un’altra tua poesia si intitola “Nei giardini incantati”. Vi è un legame tra questa e la prima?

Vi è un percorso dalla prima all’ultima poesia, dal primo all’ultimo verso. Si sfoglia il libro di emozione in emozione, di pagina in pagina, di sensazione in sensazione. È una passeggiata nei Giardini che ognuno ha chiusi dentro di sé e che raccolgono le esperienze che tutti vivono prima o poi. Non un manuale ma una raccolta vivida e feroce.

  • Leggendo le poesie ho percepito un senso di disillusione rispetto al mondo… è solo una mia sensazione?

È un mondo convulso, veloce ed apatico al tempo stesso. Vedo molti autori, autrici con grande potenziale accanto a me ma che non riescono ad adoperare bloccati da chissà chi o chissà che. C’è sempre un nemico contro cui puntare il proprio dito. E invece il nostro più grande nemico siamo noi. Noi ed i nostri schemi mentali, le nostre insicurezze, i nostri disagi… Ma c’è anche chi non ha così tanto talento naturale eppure va avanti. Perché la sua natura è aggressiva. Ma c’è speranza. E, in conclusione, credo che, come ha detto Albert Camus “Quando non c’è speranza, bisogna inventarsela.”.

  • Il presente diviene spesso motivo di angoscia. Ti porti dietro la speranza per un futuro migliore oppure vivi di ricordi passati felici?

Vivo nel presente con le (poche) certezze del passato. Il futuro è oggi e non è scritto.

  • Termini con “Nei giardini perduti”. Cosa rimane a cui aggrapparsi oggi?

Oggi possiamo contare sulla nostra memoria e su un passato burrascoso, feroce, difficile ma da non dimenticare. Mai. Perché gli errori di ieri non siano mai più gli errori di domani. Come uomini abbiamo un dovere morale verso noi stessi e verso gli altri. Il rispetto deve “tornare di moda”. L’arroganza deve fare la fine che si merita. Oggi abbiamo più tecnologia ma parliamo di meno, paradossalmente. Possiamo entrare in contatto con chiunque ma lasciamo che siano vecchi e nuovi media a “cullarci”. Ad “ubriacarci”, spesso e volentieri. Quando torneremo a toccare i valori e le cose che contano realmente, la famiglia, il rispetto per gli altri, l’onestà, l’altruismo, il coraggio e l’umiltà.

Scheda del libro: http://www.talosedizioni.it/?pagina=dettagli&id=107

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