“Inverno” di Giulio Mastromauro: recensione del cortometraggio vincitore dei David di Donatello 2020

INVERNO

Cast: Christian Petaroscia, Giulio Beranek, Babak Karimi, Elisabetta De Vito.

Produzione: Zen Movie, Indaco Film, Wave Cinema, Diero Film in collaborazione con Rai Cinema e Calabria Film Commission.

Regia: Giulio Mastromauro.

Sceneggiatura: Giulio Mastromauro e Andrea Brusa.

Scenografia: Marta Morandini.

Fotografia: Sandro Chessa.

Montaggio: Gianluca Scarpa.

Musiche: Bruno Falanga.

Costumi: Maya Gili.

Trucco: Silvia Sangiorgio.

“Inverno” del regista pugliese Giulio Mastromauro è il cortometraggio vincitore dei David di Donatello 2020.

Una storia che racconta il dolore di Timo, il più piccolo di una comunità di giostrai greca. Il dolore emerge nella superba interpretazione di Christian Petaroscia, che con lo sguardo e il silenzio silente e viscerale è in grado di catapultare lo spettatore nel suo “Inverno”, quello dell’anima.

“L’inverno è una brutta bestia” afferma il nonno sistemando le giostre e fornendogli la consueta manutenzione.

È un inverno non solo fisico bensì è un inverno vissuto interiormente. Quell’inverno, soprattutto, è più duro rispetto agli altri: la madre di Timo è gravemente malata, stesa sul letto della roulette in cui vivono, ferma ed inerme.

La storia è cadenzata dalle musiche originali di Bruno Falanga, che sono in grado, ancor di più, di far assorbire allo spettatore quella sofferenza, apparentemente tacita nel suo mostrarsi.

Tutto, infatti, pare nei gesti dei personaggi silente, esteriormente quiete, ma non lo è; la quiete è solo simulacro di morte e dolore.

Timo rivolge solo una frase al nonno (Babak Karimi): “guarirà la mamma?”, altro non ha da aggiungere, nel suo sguardo già maturo ma puro.

Timo appare muto come il tempo stesso che in quell’inverno sembra non scorrere eppure lo fa.

Quando la morte sopraggiunge quel tempo sospeso viene solo interrotto dai gesti convulsi del padre di Timo (Giulio Beranek), seguiti dalla telecamera, nell’atto di lanciare con rabbia la sedia a rotelle.

A noi spettatori appare quasi brutale quel movimento, alienati in un tempo “altro”, in cui anche la violenza che è determinata dal dolore appare eresia e solo i silenzi di Timo sembrano in grado di restituirci la dimensione più vera, quella dell’assenza.

Il cortometraggio, che è dedicato alla madre del regista, scomparsa prematuramente, ha una forte matrice autobiografica, al di là dell’ambientazione.

Inverno / Timo’s winter – short film

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