Intervista ad Alessio Pinto: “Il Ladro di Anime”, suo ultimo lavoro, il 12, 13 e 14 gennaio al Teatro Tordinona

Torniamo a parlare delle ali del palcoscenico, in questo caso quello romano, analizzando gli stimoli provenienti dal teatro, sintesi di poesia, riflessione, azione ragionata, rivendicazione di valori che oggi sembrano quasi sconosciuti, ma che vivono invece nelle viscere della sfera interna di tutte le persone, e fanno parte del DNA di ognuno, di quella storia che viene da lontano ma che si sente vicino.

Sembra a volte che la storia non sia passata invano e, nonostante le ingiustizie e la crisi attuale, un moto di ribellione e di rivendicazione di ideali faccia muovere la fiammella della dignità. Ci troviamo presso il Teatro Petrolini per le prove dello spettacolo Il Ladro di Anime con Alessio Pinto. Egli ha scritto con Linda Covato questo percorso della coscienza sulle strade della vita di tutti i giorni.

  • Sceneggiatore, regista e cantante, il viaggio del tuo ultimo lavoro è ricco. Musica di parole, parole di musica, un urlo che viene da dentro. Qual è l’emozione che fa da filo conduttore allo spettacolo Il Ladro di Anime, questa opera così diretta ed allo stesso profonda che colpisce nel cuore della narrazione storica e dell’attualità?

Direi che l’emozione che fa da minimo comun denominatore alla struttura narrativa possa essere rappresentata dalla dolcezza che va di pari passo con la purezza di un trentenne, il quale trova di  fronte a sé un mondo racchiuso in una bolla di imborghesimento, convenienze e di passività, atta solamente a portare avanti i propri egoismi. La differenza la determina Fabrizio – il protagonista, il quale possiede la dolcezza   e la purezza dell’anima, elementi DA RECUPERARE INDUBBIAMENTE. Oggi pare che questi due termini siano quasi banditi, si premia solo la velocità e la quantità a scapito della qualità.

  • Le lotte sociali, il mondo giovanile, la difficile costituzione di una famiglia. Da che prospettiva si guarda il contesto politico – sociale e come si affronta la sua complessità?

Molti ex sessantottini continuano ingiustamente a generalizzare sui trentenni di oggi; infatti alcuni di questi ragazzi hanno una fortissima coscienza sociale e avendo la voglia di poter dire la propria ce la mettono tutta per realizzare i propri ideali. Ma lo schermo che spesso si trovano a dover fronteggiare li spinge ad arrivare fino ad un certo punto, dopo il quale subentrano i loro interessi e la messa in discussione dei propri valori perduti. Si tratta di una sorta di linea di confine, sottile ma determinante nella scelta fra il bene ed il male. L’impossibilità di costituire una famiglia è strettamente legata al sistema del welfare italiano che non tutela né le donne né gli uomini con leggi di sostegno concrete; la famiglia viene dunque svilita nonostante se ne parli tanto e da più parti.

  • La crisi del sistema, un mondo del lavoro drogato dallo sfruttamento e dall’abuso di potere. Quale è la chiave di svolta nella coscienza delle persone rappresentate nella loro fragilità e nelle loro innumerevoli caratteristiche negative, ma forse anche positive?

Credo che il capitalismo barbaro abbia condotto l’Occidente presso una deriva che lo porta a considerare la vita, la persona ed il mondo solamente in relazione al denaro.

La chiave di svolta sarebbe proprio l’inversione di rotta in tal senso, partendo dalle scuole, dalle famiglie e dalla politica quella con la P maiuscola ovviamente, la cui funzione essenziale è la gestione della cosa pubblica. Nella natura umana esiste la tendenza alla prevaricazione dell’uno sull’altro, noi dalla natura vorremmo recuperare l’aspetto legato alla coesione, quello comunitario, perché prima dell’individuo c’è la comunità, perché quando nasce un uomo la sua vita è già inserita in una dinamica di gruppo. È un principio universale e non di appartenenza politica. Poi nel gruppo ognuno ha diritto alla sua lecita libertà, alle inclinazioni ed alle aspirazioni che danno origine ai suoi sogni. Ma la comunità deve sostenere gli individui e non considerarli un numero, o solo un soggetto consumatore.

  • Il valore della metafora e della simbologia ci presenta una realtà sempre attuale; si può ripartire dal teatro per realizzare un cambiamento non solo del pianeta ma soprattutto dell’uomo, nella sua personalità e nei suoi valori, in un’ottica di centralità della persona?

Il teatro quando vuole rappresenta la vita, è la vita stessa. Se c’è un aspetto sul quale l’arte e gli artisti possono intervenire è la lotta agli eccessi del capitalismo e del materialismo, per dare sempre spunti di riflessione, spinte per migliorare la società e la coscienza. E quella sintesi di poesia, letteratura e narrazione che è il teatro deve lottare contro l’aridità imperante.

  • Il rosso ed il nero, facciamo un po’ di teoria dei colori?

Il colore rosso rappresenta il colore del sangue, della vita e della passione, nello spettacolo è utilizzato ad hoc, nei personaggi ex rivoluzionari ricorda loro il proprio passato. Il nero è il buio, il buio della nostra coscienza, dell’anima se si preferisce, è quella zona senza luce, è l’oscurità che si trova in tutti noi.

  • I tagliatesti che parlano di etica, quelle persone che nei call center o nei fast food ad esempio, con il sorriso sulle labbra, liquidano dal lavoro gli impiegati con una presunta superiorità che li rende privi di umanità e di senso del limite, sono un po’ l’emblema di una società capovolta?

Assolutamente sì. Loro sono l’incarnazione dell’arroganza e della tracotanza di chi vuole sempre avere ragione e la raffigurazione della paura di perdere il contatto con il materialismo e con le fragili convinzioni che possiedono, pronte a crollare come torri edificate con approssimazione. Queste persone soffrono molto e fanno soffrire le altre, talvolta non si rendono conto di quanto il sistema li abbia incastrati, indottrinati e travolti. Mi interessa un percorso antropologico, di ricerca dell’uomo nella direzione del coraggio e dei valori che un tempo gli davano linfa vitale. Da qui il dialogo con la parte più interiore di noi stessi, da qui si può generare una lotta di rinascita.

  • È possibile che, nello scavare a fondo i personaggi, dal male apparente e reale sia possibile estrarre anche un briciolo di bene e di umanità capace di lottare per un mondo diverso?

Certo, ma l’imborghesimento al quale sono giunti impedisce loro di farlo concretamente. L’umanità rimane confinata al proprio giardino; non avendo vissuto l’uscita dalla guerra e dalla fame gli individui non sanno gestire la vita, non conoscono il sacrificio ed il senso del limite.

Il 12, il 13 ed il 14 gennaio vi aspettiamo al Teatro Tordinona per viaggiare con le note di De Andrè e per guardarci dentro.

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