Sex in a Cold Climate – L’educazione cristiana nell’Irlanda degli anni 60.

“In Irlanda, a quei tempi, la Chiesa era regina assoluta. La Chiesa aveva sempre ragione. Non si poteva criticare un prete e neanche le suore.” È così che inizia la triste testimonianza di una delle donne recluse in gioventù, nelle case Magdalene dell’Irlanda degli anni ’60, fatte conoscere dal documentario “Sex in a cold climate” del 1998, diretto da Steve Humphries.

Non poche sono le testimonianze scritte, fotografiche, raccontate e cinematografate di ciò che fu per le donne l’esperienza vissuta tragicamente all’interno di questi istituti. Questi luoghi, aventi il compito di reindirizzare delle giovani donne e molto spesso, poco più che bambine, ad una vita morale e pia, inizialmente vennero costruite per una rieducazione nei confronti delle prostitute, che per denaro e sopravvivenza vendevano il proprio corpo alla lussuria ed al libertinaggio: da qui, il nome “Case Maddalene”. Ben presto tuttavia, il loro compito originario venne soppiantato da un sistema educativo controverso, brutale e spesso in contraddizione con i precetti che tanto si decantavano al proprio interno. Non essendo più case di comprensione, assunsero l’aspetto di vere prigioni, di roccaforti in cui, la vittima non era consolata o aiutata, ma era trattata al pari se non peggio, del suo carnefice; la vittima espiava le colpe del proprio aguzzino per tornare “pura” agli occhi non solo di Dio, ma della società.

All’interno del documentario, quattro sono le vite di straordinarie donne che si raccontano, in preda a momenti di tristezza, di commozione e di inguaribile dolore, svelando davanti la telecamera, il proprio ingiusto e lento trascorrere del tempo in una di quelle case.

Il lavoro doveva ripulire le loro anime, passavano ore, ogni giorno a lavare gli indumenti sporchi di preti e suore, a ritmi schiavizzanti e per nulla leggeri. Solo una delle quattro donne intervistate, Brigid Young, non visse direttamente l’esperienza della lavanderia, fu piuttosto una testimone esterna; cresciuta nell’orfanotrofio di Limerick venne brutalmente picchiata dalla madre superiora per aver disobbedito alla prima regola: non avvicinarsi né parlare con una delle penitenti delle case maddalene.

Abusi sessuali e punitivi, violenze psicologiche, punizioni corporali, bullismo, erano all’ordine del giorno in un luogo dove, la misericordia fungeva solo da bellissima copertina, dove donne, mogli di Cristo e figlie di Dio, dovevano con il loro amore educarne altre, ed invece, a parere di tutte loro, la cattiveria era la prima arma sadica di queste salvatrici, che di sacro e di educativo avevano ben poco.

Donne educate dalla casta clericale maschile, donne che venivano considerate inferiori dagli uomini, erano completamente avulse dal volerselo ricordare, nel momento in cui dovevano sentirsi più vicine alle ingiustizie che queste povere sventurate avevano vissuto ingiustamente.

Vittime di abusi, di violenze, di aver concepito prima del matrimonio, se fosse stato per amore poco importava, erano ree di aver macchiato l’onore e la buona immagine delle loro famiglie. Altre invece, non avevano nessuna di queste esperienze, erano semplicemente considerate troppo belle, fin dalla giovane età, e ritenute “pericolose” di incappare in una perversa storia o immagine, e quindi, motivatamente spedite lì da famiglie o dalle suore stesse, per evitare di venir compromesse prima ancora di sposarsi o prendere la vita monastica.

Non è forse qui che la donna vive una triplice educazione? La madre che pur di non perdere il buon nome famigliare decide di privarsi della propria figlia, sofferente, abbandonandola alle cure di altre donne che, a loro volta, sadiche e vendicative, non fanno altro che avventarsi su ragazze e bambine spesso ignare del motivo di tanta brutalità? Donne innocenti, scacciate da donne bigotte e violentemente rieducate da donne sadiche, non è forse questo un paradosso? Non è forse anche all’interno della femminilità che il dominio e la coercizione gioca brutti e copiosi scherzi?

Le ultime case della Maddalena chiusero nel 1996, e si calcola che almeno trentamila siano state le donne ospitate fin dalla loro apertura. Di quante vite rovinate si dovrà ancor macchiare l’essere umano? Quante sono state le bambine che hanno dovuto, nella loro tenera infanzia, fare i conti con questo tipo di educazione deterrente all’educazione stessa?

Un importante documento basato su queste preziose testimonianze, è riportato nel film “Magdalene” diretto da Peter Mullan nel 2002. La pellicola riporta in maniera romanzata ma piuttosto reale ed affidabile, proprio la vita delle quattro ormai anzianissime signore che rivivono la loro drammatica storia. I cieli grigi irlandesi, il clima umido e freddo, fa da sfondo ad una delle tante esecrabili ingiustizie del mondo femminile, vagando attraverso le storie di giovani fanciulle destinate ad una fine, il più delle volte, rimasta segreta in quelle mura e per niente felice, seppur per alcune, attraverso una logorata e spenta libertà. Nessuno ridarà a queste donne la loro vita e soprattutto la loro reale innocenza.

Valeria Fincato

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