“Un unico destino”: il film documentario che racconta i retroscena della tragedia dell’11 ottobre 2013. Un grande esempio di giornalismo d’informazione.

“UN UNICO DESTINO”. Mazem Dahhan è uno dei protagonisti del film documentario realizzato in collaborazione dall’Espresso, Repubblica e Sky. In esclusiva, i retroscena e le rivelazioni sulla morte di 268 persone tra uomini, donne e bambini – migranti provenienti dalla Libia – avvenuta l’11 ottobre 2013. Da questo tragico giorno l’Italia dà il via alla prima missione di soccorso e recupero nel Mar mediterraneo, “Mare Nostrum”.

ALEPPO. Nel 2012 scoppia la guerra in Siria. Mazem Dahhan, brillante neo chirurgo, vive ad Aleppo con la moglie e i loro tre splendidi figli.

SVEZIA. Ancora oggi, Mazem Dahhan non riesce a ricordare né come, né quando esattamente le bombe abbiano fatto prepotentemente ingresso nella città di Aleppo. Non dimentica invece come, ogni giorno, era costretto a fare i conti con la guerra sia nella sua vita familiare sia lavorativa.

ALEPPO. Mohanad Jammo e Ayaman Mostafa sono amici e colleghi di Mazem. Nel 2012 Mohanad Jammo trova lavoro nell’ospedale di Misurata, in Libia. Mohanad è deciso a portare via la sua famiglia dalla Siria. Aleppo non è più un luogo sicuro, dove poter crescere i propri figli. Come medici devono affrontare oramai quotidianamente le atroci conseguenze della guerra. Lo stile di vita e il lavoro sono cambiati brutalmente per Mazem e Mohanad. Presto, lasciare il paese è la scelta più saggia. Quando Mazem realizza di non poter più vivere in Siria, decide di trovare lavoro fuori dal paese e di lasciare Aleppo per portare al sicuro la sua famiglia. Mazem fa un primo tentativo negli Emirati Arabi. Nonostante il suo brillante curriculum e la sua grande esperienza come neo chirurgo – laureatosi in Russia, si è poi specializzato a Boston – Mazem non riesce ad essere assunto.

Una volta”, racconta Mazem, “noi siriani eravamo benvenuti ovunque. Dall’inizio della guerra non ci voleva più nessuno”. Il problema è ottenere il permesso di soggiorno. Mazem vede così negarsi la richiesta dagli Emirati Arabi. Mazem è comunque deciso a lasciare la Siria. Ne parla con il suo amico Mohanad. Con la moglie incinta e i loro due figli ancora molto piccoli, per Mohanad vivere ad Aleppo è ogni giorno più difficile. È quando entrambi realizzano che non hanno un’altra via che, grazie a Ayaman Mostafa – il quale aveva già lasciato il paese per trasferirsi a Misurata – partono alla volta della Libia. Passando per la Turchia e l’Egitto, Mazem raggiunge la Libia e si trasferisce a vivere a Tobruk.

LIBIA. All’inizio sembrava di essere in paradiso. In confronto la Siria era un vero inferno”, racconta Mazem nel film documentario. Ora tutti e tre sono in Libia. Nel frattempo Mazem ritorna negli Emirati Arabi per condurre un colloquio nello stesso ospedale che aveva respinto la sua domanda di assunzione. Supera il colloquio. Nonostante ciò, senza nessuna spiegazione, Mazem viene rifiutato per la seconda volta, “Sorry, non possiamo assumerla”. Dopo quel secondo rifiuto, mentre in Libia la situazione inizia a precipitare, Mazem, Mostafa e Mohanad prendono una decisione che cambierà per sempre le loro vite.

Sapevamo di molti siriani che avevano lasciato il paese per raggiungere l’Europa, attraversando il Mediterraneo, imbarcandosi dalla Libia. La percentuale di successo ci sembrava molto alta. Razionalizzammo le possibilità di raggiungere l’Europa sani e salvi. Non avevamo altra scelta” raccontano i tre protagonisti. “Ci imbarcammo la notte del 10 ottobre. Erano le 23. Un uomo, che ci fornì l’imbarcazione, ci disse che dovevamo attendere la notte per partire. Ci portò sulla spiaggia di Zuwara. Lì constatammo che con noi, c’erano almeno 300 persone in attesa di imbarcarsi. L’uomo ci assicurò che l’imbarcazione era sicura e grande abbastanza per tutti”. “Dissi a mio figlio Tarek che saremmo partiti finalmente alla volta del paradiso”, racconta Mazem.

LA TRAVERSATA.Eravamo partiti. Era notte fonda, quando improvvisamente vedemmo prima puntarci addosso un faro. Più tardi sentimmo degli spari. Poi il colpo. Udimmo la voce di un uomo che ci intimava di tornare indietro. Continuava a sparare e fu inutile dirgli di non farci del male. Faceva finta di non capire. Le motovedette libiche ci intimavano di tornare indietro. Avevano ferito due persone”.

L’imbarcazione è danneggiata e comincia ad imbarcare acqua, ciò fino a quando anche il motore non smette di funzionare. Sono le 12.39, Mohanad Jammo chiama la sala operativa della Guardia Costiera Italiana. Fornisce la posizione dell’imbarcazione: 118 miglia circa da Malta, 70 circa dall’isola di Lampedusa. Mohanad Jammo li prega di far presto. Hanno bisogno di aiuto, perché stanno affondando. Non c’è tempo, ci sono più di 300 persone, molte delle quali bambini.

IL RIMPALLO ITALIA – MALTA E LA NAVE ITALIANA “LIBRA”. Dall’esatto momento in cui è partita la richiesta di soccorso, inizia quello che un altro protagonista di quel tragico 11 ottobre 2013, il pilota maltese George Abel definisce “il galateo militare”. Abel è un pilota di ricognizione. Il suo compito è controllare i confini e le rotte a sud dell’isola di Malta. La Guardia Costiera Italiana, ricevuta la richiesta di soccorso, contatta Malta. Alla successiva chiamata del dottor Jammo alla Guardia Costiera Italiana, quest’ultima insiste di contattare Malta. Gli ordini sono chiari. Nel film documentario, le registrazioni audio delle successive conversazioni testimoniano il rimpallo tra Italia e Malta. Nel frattempo l’imbarcazione resta in balia del mare.

Mazem Dahhan racconta: “Nonostante la richiesta di aiuto alla Guardia Costiera Italiana e a quella maltese, dopo tre o quattro ore ancora non era venuto nessuno. Era un incubo, quando improvvisamente sentii un colpo e fui sbalzato fuori dall’imbarcazione, che stava affondando rapidamente, portando via con sé uomini, donne e bambini, molte delle quali erano rimaste intrappolate sotto. Mi accorsi di colpo che mia moglie e i miei tre figli erano stati inghiottiti dal mare. Non ebbi tempo di rendermene conto e l’imbarcazione era già a picco verso gli abissi. Altri, come me, erano stati sbalzati fuori e ora molti altri affogavano nel giro di pochi istanti. Non avevamo i giubbotti di salvataggio, perché prima di partire, ci erano stati rubati. Un incubo”.

Nel frattempo le autorità maltesi individuano il punto esatto della tragedia che si sta consumando. L’ex pilota George Abel ricorda “Rimasi impressionato. Vedevo le persone sparire tra le onde una dietro l’altra. Non c’era il tempo di girarsi a guardare da una parte che dall’altra molti già non c’erano più”. “Presi coscienza che stava per accadere qualcosa di tragico. Ancora oggi non riesco a dimenticare quelle persone inghiottite dal mare. Lasciati lì a morire”. Dall’11 ottobre 2013, George Abel si è dimesso, prima ancora di rispettare il galateo. “Presi la decisione più drastica, ma anche quella più giusta, perché in pochissimo tempo mi resi conto che tutte quelle formalità alle quali dovevamo obbedire avevano condannato a morte persone innocenti e io non avevo potuto fare nulla, se non rimanere a guardare. Era tutta una farsa. Avrei dovuto insistere con il maggiore Ruth Ruggier, mentre la nave Libra non rispondeva alla chiamata di emergenza, nonostante fosse vicinissima all’imbarcazione”.

Nel frattempo l’Italia prende la sua decisione. Il capo sezione del Comando in capo della Squadra navale della Marina ordina alla nave militare Libra, capitanata da Catia Pellegrino, di allontanarsi dalla rotta dell’imbarcazione e soprattutto di nascondersi dai maltesi. Il capitano esegue e chiude i trasponder della nave, affinché non possa essere contattata dalle autorità maltesi. “Come al solito” il commento del capitano della nave Libra, quando, nella conversazione con la centrale operativa viene a conoscenza che le autorità maltesi hanno già ricevuto la richiesta di soccorso. “Se vi vedono, i maltesi vi costringeranno ad intervenire”. “Come al solito”, la risposta del Capitano Catia Pellegrino.

EPILOGO. Il bilancio è tragico. Il 10 ottobre 2013 parte dalle coste di Zuwara in Libia un’imbarcazione con a bordo 480 persone. L’11 ottobre 2013, a tragedia oramai consumata, perdono la vita in mare 268 persone, di cui 60 bambini. Dalle 11 della mattina di quello stesso giorno, i soccorsi arrivano alle 17 passate. Ci sono sopravvissuti, ma anche molti, troppi morti che potevano essere salvati. “Come avete potuto. Ci avete lasciato morire” dice Mazem, rivolgendosi all’Italia. “Ho scoperto soltanto dopo che ci trovavamo a sole 70 miglia da Lampedusa, che si coprono in 45 minuti. Ci hanno lasciato lì per oltre cinque ore”. Mazem, che ora vive e lavora come medico di base in Svezia, è rimasto solo. L’11 ottobre 2013 ha perso in mare la moglie e i suoi tre figli. È il più giovane dei tre medici siriani. Appena quaranta anni, ma da quel giorno la sua vita non è e non può essere più la stessa. Vive per il suo lavoro e perché possa avere giustizia.

George Abel si è ritirato in un piccolo villaggio. Non vuole più saperne del suo lavoro, né di pilotare un aereo. Lui, da sempre appassionato dei cieli. Non vuole rispondere agli avvocati italiani. “Che contattino direttamente il maggiore Ruth Ruggier”. Il procuratore siciliano si oppone ostinatamente alla richiesta di archiviazione, mentre la Procura di Roma si è già arresa. “Ora che mi lascino in pace. C’è un sistema che è una farsa e io non sono stato altro che una pedina”.

In occasione dell’uscita di questo film documentario, realizzato dopo le rivelazioni pubblicate dall’Espresso, il Ministro della Difesa Pinotti ha ribadito la necessità che si faccia chiarezza sulla vicenda. “Non posso credere che tante persone innocenti siano morte solo per ragioni di burocrazia. La marina militare italiana ha sempre svolto i propri doveri, mettendo per prima la vita umana” ha dichiarato la Pinotti. È evidente però che la stessa richiesta di archiviazione, porta ad un nulla di fatto.

Voglio sinceramente ringraziare l’Espresso, il quotidiano Repubblica e Sky per aver dato voce a questa tragedia. Per aver avuto il coraggio, sebbene a distanza di anni, di pubblicare i retroscena di una vicenda che getta ombre sul nostro paese e sull’Europa. Ringrazio quei pochi giornalisti ed editori che credono nel giornalismo di informazione, che tenta ancora di risvegliare le coscienze.

Nei giorni immediatamente successivi all’11 ottobre 2013, l’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta dà il via libera alla Missione italiana “Mare Nostrum”.

Arriviamo così al 2017.

 

Chiara Colangelo

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